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Damnatio ad metalla

Damnatio ad metalla, condanna ai lavori forzati

Con la locuzione damnatio ad metalla, che tradotta letteralmente significa "condanna ai metalli" cioè, alle miniere, si indica la condanna ai lavori forzati perpetui, in particolare in miniera, pena largamente irrogata nell'antica Roma.
In seguito la miniera era simboleggiata come fonte di arricchimento fino ad essere indicata luogo in cui venivano mandati persone che svolgevano il lavoro forzato per scontare la pena.
La condanna ai lavori forzati, pur rappresentando un quid minus rispetto ad altre pene capitali, veniva irrogata per reati meno gravi o in presenza di qualche attenuante e per gravità è classificata immediatamente dopo la pena di morte e i summa supplicia

Come altre pene di pari gravità, non poteva essere inflitta a senatori, cavalieri e decurioni (per i quali si applicava, a parità di condizioni, la deportatio).
La locuzione damnatio ad metallum nella sua evoluzione deve essere inteso nella duplice valenza: condanna ai lavori forzati sia nelle miniere e sia nelle cave.
La damnatio ad metalla si concretizzava nella condanna ai lavori forzati destinata a punire comportamenti criminosi; tale punizione si diversificava a seconda che l’esecuzione venisse resa maggiormente gravosa dall' afflizione delle catene.

Damnatio ad metalla era diffusa nei distretti minerari romani dall’epoca tardo-repubblicana fin nella più tarda epoca imperiale. Durante l’epoca classica, in Grecia, furono condannati solo i barbieri e i delinquenti ma non i greci prigionieri di guerra. Nel corso del V e del IV sec. a.C., a differenza dell’epoca ellenistica romana, il lavoro nelle miniere in ceppi era molto limitato.
Damnatio ad metalla come poena metalli ha avuto inizio nell’età del Principato.
Le ragioni che ne avrebbero giustificato la genesi sono molteplici.

Diodoro riferisce, come si evince dal testo di Salerno, che “i re d’Egitto condannavano a lavorare in miniera quanti erano stati riconosciuti colpevoli di crimini, i prigionieri di guerra, i loro avversari ed, a volte, i loro famigliari”.
Callistrato riteneva che, in base al grado, "la damnatio ad metalla, pena sconosciuta al diritto criminale repubblicano occupa una posizione intermedia fra i summa supplicia e le altre pene che invece colpiscono l'existimatio del condannato"; e questa condanna comporta la perdita totale della libertà.
In età giustinianea, i commissari tratteranno dei publica iudicia assumendo come discrimine gli effetti che la pena comporta per il condannato.
Diversi sono gli effetti della pena a seconda che i giudizi sunt capitalia o non capitalia; quest’ultimi sono quelli nei quali la condanna comporta l'infamia ed una pena pecuniaria; fra i “capitali” saranno compresi i giudizi che comportano la condanna a morte, la deportazione e al metallum.

La condanna ai lavori forzati in miniera si articola in tre gradi. Secondo un ordine decrescente si distingue la damnatio ad metalla, quella in opus metalli, quella in ministerium metallicorum.
Cogliere una differenza tra i tre gradi non è agevole. Le fonti sembrano assimilarli e considerarli unitariamente.

Una distinzione nella loro diversa origine, almeno tra la damnatio ad metalla e quella in opus metalli è che la prima sarebbe sorta in un rapporto con le miniere non pubbliche ma di Cesare, la seconda avrebbe avuto ad oggetto i lavori forzati da esplicarsi nelle miniere di Stato che potevano sfuggire all'ingerenza dell’Impero. Diverse sono anche le conseguenze dello status del condannato: se damnatus ad metalla era costretto ad espiare la propria pena nelle miniere imperiali subendo così la più grande diminuzione di capacità, divenendo servo di Cesare; la condanna all’opus metalli non avrebbe dovuto portare servitù della pena.

Durante gli anni dell’oro si pone una visione analoga a quella precedente affermando che in origine opus metalli doveva essere una specie dell'opus publicum e non comportava la servitus poena, successivamente con l’affermarsi dello Stato romano, sia metallum sia opus metalli vennero assimilati e anche questa condanna porterà alla servitus poena paragonandola alla poena metalli.

C’è chi considera, come Ulpiano, la damnatio in metallum, una pena più severa, rispetto a quella in opus metalli, nell’utilizzo degli strumenti di contenzione fisica cui sono sottoposti i condannati.
Alcuni studiosi sostengono che l’opus metalli costituiva una varietà mitigata della pena del metallum la cui concessione veniva lasciata alla scelta del giudice.
La differenza consiste solo nella pesantezza delle catene perché queste sono più pesanti per i condannati ad metallum rispetto a quelle che vengono utilizzate per i condannati all’opus metalli.
Quindi queste due condizioni non sarebbero diverse né per le modalità di esecuzione né per le conseguenze che producono sullo status del condannato.

La condanna ad metalla appare più dura rispetto a quella in opus metalli perché più duro è il regime. Chi si sottrae all’ opus metalli viene sottoposto al metallum e non è condannato a morte, questa è la sorte di chi tenta di sfuggire alla pena del metallum.
Al vertice c’era la damnatio ad metalla intesa come condanna a lavorare in miniera senza distinguere la pena sulla base del materiale che dalla cava si estraeva.
L’irrogazione dell'opus metalli sembra dettata dalla necessità di punire quanti abbiano tentato di sottrarsi all'esecuzione di una pena alla quale erano stati condannati.
L’ opus metalli si configura come un inasprimento di altre pene soprattutto di quelle che derivano dalla condanna ai lavori coatti. La pena minima dura 2 anni come fissato dall’imperatore Adriano, fino ad un massimo di 10 anni.

Venivano condannate ad metallum anche le donne e la pena poteva essere fissata in perpetum oppure ad tempus.
Le conseguenze sarebbero state diverse in quanto la condanna ad metalla fissata in perpetum comporta la perdita della libertà, mentre avrebbero mantenuto la civitas se condannate ad tempus.
La pena del metallum unita al trasferimento del condannato in miniera in terre lontane sembra assolvere ad un compito punitivo e di monito.
Sono condannati gli humiliores che hanno nascosto o venduto un libertinus, un servus alienus o che hanno tenuto uno schiavo nella condizione di uomo libero o viceversa. Inoltre sono condannati i liberti che contraggono unioni con la patrona o con la vedova o la figlia del padrone; sono inoltre condannati i servi che, all'insaputa del dominus, rapiscono, nascondono vendono un servo altrui.

La condanna ad metalla si diffonde sempre più con la legislazione di Costantino. Durante il suo impero, la pena ad metalla era molto praticata.
Inoltre il metallum era la pena massima per il liberto che ha violato i suoi officia, o è stato delatore contro il suo padrone. Per il liberto che usa violenza contro il padrone, per il servo che agisce contro il proprio dominus per la mancata manomissione.

Un papiro egizio del IV sec a.C. contiene una sentenza emessa da un governatore provinciale che condannava un uomo ad metalla per aver abusato di una donna.
In età classica e nel basso impero erano sottoposti ai lavori forzati tutti coloro che creavano allarme sociale turbando l’ordine sociale.
Già nel II sec d.C. tra i motivi della condanna ad metallum venivano puniti gli illeciti privatistici quali furta, convicia, falsa famosi libelli e altri atti che, pur se non direttamente lesivi di un interesse pubblico, si risolvevano in turbative dell'ordine sociale “falsa dicta et scripta, caedes, coniurationes”.

Anche la professione di fede cristiana era motivo di condanne pesanti. Si assiste ad una cambiamento radicale quando le condanne ai lavori forzati venivano irrogate come pena ai cristiani, i quali, nonostante il duro lavoro, accettavano questa dura sofferenza e faticose condizioni di vita.
Infatti attendevano la morte anzi la desideravano. Il diverso trattamento del Cristianesimo si basa sulla valutazione della sofferenza sopportata addirittura fino al martirio, come via per l’assimilazione al Cristo, sofferente e morto in croce.
[...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Damnatio ad metalla

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Informazioni tesi

  Autore: Federica Rizzello
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Urbino
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Scienze giuridiche
  Relatore: Marina  Frunzio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 91

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Parole chiave

costituzione
sicurezza sul lavoro
excursus storico
storia vera
la concezione del lavoro in miniera ieri e oggi
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crisi esistenziali del minatore
condanna ai lavori forzati
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