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Occupanti tedeschi, fascisti repubblicani e movimento partigiano: una mediazione cattolica a Biella. Il caso di radio Baita

Reazioni dei cattolici biellesi alla guerra d’Etiopia

Le relazioni tra la Curia biellese e le autorità fasciste nel periodo compreso tra la fine del 1931 e l’ottobre 1936 (mese in cui morì il vescovo Garigliano) furono improntate a quella che si può definire una pacifica convivenza: l’accordo sull’Azione cattolica aveva infatti sciolto, anche se solo temporaneamente, uno dei nodi più controversi esistenti nei rapporti tra Stato e Chiesa.

Sussistevano ancora motivi di dissenso e di attrito (legati alle implicazioni politiche delle celebrazioni della “Regalità di Cristo”, all’atteggiamento intransigente del clero e dell’Azione cattolica nei confronti del ballo, alla controversia sull’uso delle campane nella ricorrenza delle solennità civili, alla partecipazione del clero alle manifestazioni pubbliche e alla disciplina nell’uso di bandiere e distintivi da parte delle associazioni dell’AC) ma gli ecclesiastici biellesi definiti dalle autorità fasciste “di sentimenti contrari al regime” erano sostanzialmente pochi. Da un rapporto inviato al Ministero dell’Interno nel gennaio 1933 dal prefetto di Vercelli possiamo ricavare i giudizi delle autorità sull’arcivescovo di Vercelli, Giacomo Montanelli, e sul vescovo di Biella Garigliano: il primo era definito

sacerdote di profondo sentimento religioso, ma rigido, autoritario, di tendenze intransigenti. Difficilmente partecipa[va] a manifestazioni patriottiche, [aveva] rari contatti con le autorità locali [tuttavia] non risulta[va] che [avesse] mai impartito direttive contrastanti con il Regime: ebbe anzi a manifestarmi [al Prefetto, n. d. a.] tutta la sua ammirazione per il Fascismo e per il Duce. Per il suo atteggiamento severo non gode[va] molta popolarità tra i fedeli, e neppure tra il Clero, da cui esige[va] dura disciplina - Più positivo era il giudizio su mons. Garigliano - elemento molto più conciliante […] in contatto cordiale con le autorità e con le gerarchie del partito; [interveniva] spesso alle pubbliche cerimonie, impartendo personalmente benedizioni e portando talvolta la sua parola, improntata a nobili sentimenti di patriottismo.

Il vescovo biellese, come peraltro già aveva fatto negli anni precedenti, evitò i riferimenti a temi politici nelle sue lettere pastorali, preferendo occuparsi solo di argomenti di carattere religioso; dalle pagine della Rivista Diocesana non mancò comunque di sottolineare più volte il ruolo fondamentale svolto dalla stampa cattolica nella “cristiana educazione sociale”, plaudendo al lavoro svolto dal Biellese e auspicando la possibilità di avere non solo un giornale cattolico quotidiano piemontese “veramente nostro, per la nostra vita cattolica”, ma anche un unico Bollettino biellese, “sempre più bello ed efficace”, che eliminasse la fastidiosa concorrenza che i vari bollettini parrocchiali si facevano tra di loro.

A testimonianza dei mutati rapporti tra fascisti e cattolici si può portare l’esempio di Giuseppe Pella, biellese, legato al Partito popolare fin dagli anni degli studi universitari a Torino negli anni Venti e futuro protagonista democristiano della vita politica italiana negli anni ’50 e ’60: pur essendo di formazione appunto popolare e sostenitore di una posizione economica liberista e quindi in antitesi al dirigismo praticato del regime, ricevette nel 1934 dalle autorità fasciste di Biella la nomina a membro del consiglio direttivo dell’Istituto provinciale fascista di cultura, a presidente della Commissione giudicatrice del concorso al posto di economo del comune di Biella e a consultore del comune. Dimessosi da tutti gli incarichi nell’agosto dello stesso anno, fu nominato vice-podestà del comune di Biella nel luglio 1935 (incarico che lasciò nel marzo 1937) e assunse la carica di “sub-fiduciario” all’interno del sindacato interprovinciale dei dottori in Economia e commercio di Vercelli.

Veniamo ora alla campagna in Africa Orientale e alle reazioni che essa suscitò nel mondo cattolico biellese. La guerra tra Italia e Etiopia, annunciata il 2 ottobre 1935 da Mussolini in un discorso pronunciato dal balcone di Palazzo Venezia (e trasmesso via radio in tutta Italia), iniziò alle ore 5 del giorno successivo con l’attacco condotto dalle truppe guidate dal generale Emilio De Bono: l’invasione italiana provocò la reazione immediata della Società delle Nazioni che, su pressione della Gran Bretagna, il 7 ottobre decise l’adozione di sanzioni economiche contro il paese aggressore. Lo scoppio delle ostilità e l’isolamento dell’Italia portarono ad un rafforzamento del regime, che con la conclusione vittoriosa della campagna raggiunse l’apice del suo consenso:

Gli ultimi mesi del ’35 e la prima metà del ’36 – ha scritto De Felice - videro il popolo italiano stretto intorno a Mussolini e al regime come non mai, in una sorta di esaltazione e di entusiasmo collettivi, crescenti via via che le vittorie militari e le difficoltà nelle quali si dibattevano la Società delle Nazioni e i governi di Londra e Parigi davano esca all’esaltazione patriottica e all’orgoglio nazionale.

Certo non erano mancati all’inizio i dubbi e le preoccupazioni, nella popolazione e anche tra gli stessi fascisti, sulla necessità di una tale impresa in un momento economicamente sfavorevole e con la possibilità concreta di una reazione negativa da parte di Gran Bretagna e Francia, ma la prospettiva sempre più remota di uno scontro con l’Inghilterra, le vittorie militari sul suolo africano e l’organizzazione propagandistica del regime (che in occasione della guerra d’Etiopia s’impegnò a fondo utilizzando tutti gli strumenti disponibili: stampa, radio, cinema, scuola, etc.) produssero il passaggio dallo stato d’animo di preoccupazione a quello di esaltazione patriottica e nazionalistica. Decisivo fu anche il comportamento assunto dalla Chiesa: se il Vaticano, sostanzialmente favorevole alla politica italiana, decise di mantenere ufficialmente un atteggiamento neutrale, anche per non compromettere i rapporti con i cattolici dei paesi stranieri, “l’episcopato, il clero, la stampa cattolica e […] gran parte delle organizzazioni del laicato cattolico” si schierarono decisamente a favore della campagna africana e

specie negli ultimi mesi, a cavallo dell’inizio delle operazioni militari, l’allineamento del mondo cattolico fu sostanzialmente totale e gli sforzi di distinguere la posizione cattolica da quella fascista ridotti in limiti così modesti da riuscire, a livello di opinione pubblica, praticamente inavvertibili.

Il sostegno dei cattolici alla causa italiana in Africa Orientale (l’arcivescovo di Milano, card. Schuster glorificò nell’omelia pronunciata in Duomo il 25 ottobre 1935 il vessillo d’Italia che sui campi d’Etiopia “reca[va] in trionfo la Croce di Cristo, spezza[va] le catene degli schiavi, spiana[va] le strade ai Missionari del Vangelo”) si manifestò anche nella diocesi di Biella. Il 25 ottobre 1935 il Biellese annunciò che il vescovo Garigliano, in qualità di presidente dell’Amministrazione di Oropa, aveva proposto la celebrazione presso il Santuario di “un breve e solenne ciclo di funzioni propiziatrici per la Patria”; quattro giorni dopo, il giornale cattolico pubblicò la lettera, apparsa sulla Rivista Diocesana di ottobre, con cui il vescovo si rivolgeva al clero biellese:

Vi chiamo, con tutto il nostro popolo, all’adunata. Miei cari Parroci e Sacerdoti, noi sentiamo quanto sia grave quest’ora che la Nazione attraversa […] L’ansia è nei cuori, nell’indagine sospetta dell’avvenire […] anche se i nostri bravi soldati si coprono di una gloria buona, una gloria di fortezza e di umanità […] Noi non possiamo stare col cuore così sospeso […] Voi avete già capito che vi chiamo, con tutto il popolo, all’adunata nella casa della Madre […] Vogliamo domandare della giustizia, perché ne son piene le bocche, ma ce n’è tanto poca nel mondo […] Domandiamo che tu benedica i nostri fratelli, i figli nostri lontani, chiamati ai più duri ed aspri doveri per la grandezza della Patria […] Noi sentiamo che quest’ora è ben grave. Abbiamo bisogno di guardare alla nostra
Regina d’Oropa e di sentire il suo sguardo sopra di noi. E vogliamo domandare che assista la Patria nostra, il nostro Sovrano e l’augusta Casa regnante, che alle glorie del nostro Santuario tanto hanno conferito di splendore nei secoli; che rischiari la via e guidi, per le aspre vicende della più alta responsabilità, il Capo del governo e quanti sono a Lui vicini operosi nel difficile e grandissimo compito di segnare in ogni evento la salvezza e la gloria della Patria.


L’appello del vescovo, a detta del Biellese, fu accolto con “fervido slancio in tutta la regione”, facendo prevedere un’adesione “totalitaria” del popolo, abituato, “ogni qualvolta la piccola patria biellese o la grande Patria italiana chiama[va]no”, ad attingere ai piedi della Madonna di Oropa la forza “per resistere, per combattere, per vincere”; il programma della manifestazione, fissata per lunedì 4 novembre, prevedeva al mattino la Messa solenne celebrata davanti alla Basilica di Oropa e al pomeriggio la processione trionfale con la Sacra Statua della Madonna.

Il Biellese del 6 novembre titolò a tutta pagina “Trentamila biellesi ai piedi della Madonna d’Oropa in una indimenticabile giornata di penitenza e di preghiera per la gloria e la fortuna della Patria, per la pace e la giustizia nel mondo”, dedicando al resoconto della giornata quasi l’intera prima pagina; il Popolo Biellese fu meno celebrativo, relegando nella pagina interna dedicata alla Cronaca di Biella l’articolo sulla manifestazione di Oropa e abbassando a venticinquemila il numero dei partecipanti. La manifestazione, che si trattasse di trenta o di venticinquemila persone, fu indubbiamente un successo, tenuto conto anche delle condizioni atmosferiche in cui si svolse (alla fitta nebbia del mattino si aggiunse una sottile pioggia che durò per tutto il giorno): vi parteciparono, oltre al vescovo, il capitolo della Cattedrale al completo, insegnanti e allievi del Seminario Maggiore e Minore, l’intera Giunta diocesana e le associazioni maschili e femminili dell’Azione cattolica, e numerosi appartenenti agli ordini religiosi (Salesiani, Padri Filippini e Francescani). Ad essi si unirono nel pomeriggio le autorità fasciste (assenti al mattino perché impegnate nelle celebrazioni del 4 novembre): tra gli altri, il segretario del fascio cittadino Bragagnolo, l’onorevole Garbaccio, il podestà di Biella Serralunga. Il discorso pronunciato da mons. Garigliano al termine della messa fu riportato integralmente da entrambi i giornali. Il vescovo aveva esordito accennando ai “perturbatori della pace”, ai nemici che non avevano accolto le proposte di “buon accordo” e avevano quindi costretto l’Italia a fare da sé; questa iniziativa, che pur aveva riscosso il plauso degli “schiavi liberati”, delle “moltitudini che salutano la nostra Bandiera”, era osteggiata dai “negozianti di schiavi” che gridavano allo scandalo, dai tanti che in tutto il mondo nutrivano odio e invidia contro la patria italiana; il presule biellese aveva quindi supplicato la Madonna di Oropa di permettere il trionfo di verità e giustizia e aveva chiesto la benedizione per
tutti (“anche [per] i neri, che sono nostri fratelli, perché nei progressi della Civiltà Cristiana conoscano anch’essi quanto Tu sei madre”). La conclusione del discorso era stata affidata alle parole pronunciate da Giuditta nella Bibbia: “Guai alla Gente che vuole la morte della mia Patria! L’Onnipotente sarà il vendicatore!”.

Mons. Garigliano espresse la sua soddisfazione per l’ottima riuscita della funzione al Santuario di Oropa sulle pagine della Rivista Diocesana di novembre. Dopo aver fatto un plauso alle autorità (che avevano fatto a gara “per decorare la nostra grande adunata di preghiera”), alle istituzioni del regime, alle associazioni patriottiche, alla Giunta diocesana e alle associazioni dell’Azione cattolica, e ovviamente all’Amministrazione del Santuario, il vescovo invitò sacerdoti e parroci a proseguire il cammino iniziato ad Oropa poiché “il tempo della preghiera, che ottiene le misericordie di Dio, non [era] finito”: era necessario infatti pregare più intensamente, implorare il Signore perché facesse scendere la sua benedizione “sui nostri soldati che [tenevano] alto l’onore
della patria” e scuotesse “certe teste che [erano] più dure della montagna e [piangevano] sempre sulla giustizia e sulla pace, mentre non [volevano] né l’una né l’altra”. Nel proseguo del discorso, mons. Garigliano sottolineò il delicato compito affidato al clero:

Noi dobbiamo, per la nostra parte, far capire necessità di restrizioni nel quotidiano costume di vita e far convergere […] verso i poveri e i più derelitti che le restrizioni hanno già sempre molto gravi […] quello che il sacrifizio imposto ai più facoltosi, nelle presenti circostanze, può detrarre dal quotidiano benessere.

E spiegò poi come andava intesa la richiesta di donare oro alla patria:

E si domanda oro per la patria. Bisogna far intendere chiaramente di che si tratta. L’offerta dell’oro è la carità di ciascuno per tutti, perché i mezzi di potenza della nazione accresciuti, sono per il bene di tutti. E ciascuno, per quanto possa fare una piccola parte, è bene che la faccia, donando, se può, cedendo, se non può diversamente, per un prezzo stabilito, all’erario quella sua piccola parte di oro, che resterebbe con inutile splendore serbato.

Il vescovo si disse convinto che le restrizioni imposte dagli eventi e le limitazioni che ciascuno doveva auto-imporsi nella propria vita morale (evitando i “divertimenti esagerati”, “gli spettacoli sconvenienti” e tutte le manifestazioni contrarie non solo ad uno stile di vita cristiano ma anche al “severo costume di raccoglimento e di fortezza” che era necessario mantenere in quell’ora grave della patria) avrebbero contribuito a rendere tutti “più seri e riflessivi, più forti e laboriosi, più consapevoli e diligenti” e a ottenere una “vittoriosa conquista”.

La vittoria italiana in Etiopia, sancita il 5 maggio 1936 dall’ingresso in Addis Abeba delle truppe comandate dal maresciallo Badoglio, fu salutata con entusiasmo in tutta Italia. Il Biellese aprì con questo titolo: “La vittoria, tenacemente voluta e gloriosamente conquistata, si compie con l’ingresso delle nostre truppe in Addis Abeba”; sempre sul giornale cattolico, tre giorni dopo apparve un comunicato del presidente della Giunta diocesana, Luigi Castellino, che sottolineava l’impegno profuso dalla Giunta nei mesi precedenti nei confronti dei “valorosi nostri soldati che combattevano in terra d’Africa per il trionfo della civiltà cristiana e romana” attraverso l’invito ai cattolici “ad elevare preghiere perché Iddio proteggesse la grande impresa e donasse presto all’Italia il premio di una pace duratura nella giustizia”. Il tono delle dichiarazioni e dei commenti apparsi sul Biellese indica indiscutibilmente quale fosse la posizione dei cattolici locali, una posizione di aperto sostegno alla politica estera mussoliniana, certificata dalla solenne funzione (in cui fu cantato il Te Deum di ringraziamento per la vittoria in Africa Orientale) officiata dal vescovo in Duomo alla presenza di tutte le autorità cittadine, delle rappresentanze delle associazioni patriottiche e delle gerarchie ecclesiastiche che già avevano partecipato alla manifestazione propiziatrice di Oropa.

Dalla ricerca effettuata sul Biellese e sulla Rivista Diocesana risulta però che mons. Garigliano, che pure all’inizio delle ostilità aveva assunto una chiara posizione a favore dell’iniziativa italiana, non andò oltre il celebrare la funzione sopra descritta: i due organi cattolici non riportarono, nelle settimane successive, alcun accenno diretto del vescovo alla vittoriosa conclusione della vicenda africana.

Questo brano è tratto dalla tesi:

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Informazioni tesi

  Autore: Rolando Magliola
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia contemporanea
  Relatore: Gianni Perona
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 200

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