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Dall'Araldo al Capasso. L'ekphrasis della chiesa di Santa Maria Maggiore attraverso le guide di Napoli

L’immagine di Santa Maria Maggiore nella triade storico-letteraria del XVI secolo

La Basilica di Santa Maria Maggiore detta Pietrasanta ha rappresentato, all’interno della produzione delle descrizioni sulla città di Napoli, un passaggio obbligato per ciò che concerne gli itinerari proposti dagli scrittori meridionali di cose sacre. Se si volesse fissare un termine ante quem per quanto concerne la stagione letteraria destinata alla narrazione ecfrastica della Napoli sacra, potremmo indicare il 1535, anno in cui Benedetto Di Falco, colui che «con lingua pulita trattasse dell’antichità di Napoli e luoghi celebri», pubblicò la Descrittione dei luoghi antichi di Napoli e del suo amenissimo distretto.

In quest’opera, composta dall’accademico pontaniano in occasione dell’ingresso di Carlo V a Napoli, risulta evidente la dicotomia tra «le antiche e moderne ricchezze» della città, che lo scrittore intende rinovellare perché la Storia – scrive nella nota ai benigni lettori – è la lezione più utile, e la più necessaria, per scoprire il vero ritratto della vita umana. È evidente quindi come la scrittura di viaggio si serva dei propri strumenti conoscitivi e stilistico-formali per proporre un confronto iconografico tra la dimensione dello spazio originario e quello contemporaneo recuperando la storia dell’ambiente e del suo genius loci.

Considerato dal Croce il «primo descrittore di Napoli», il Di Falco descrive con ammirazione i luoghi limitrofi rimasti immutati nel tempo a dispetto di una Napoli non più «gentile», ma in via di trasformazione. «Qui è sempre primavera – scriveva l’autore - e con gli scambievoli mesi l’estate due volte partoriscono le pecore, e due volte fruttificano gli alberi». All’amenissimo distretto l’umanista pontaniano si avvicina al centro più antico, Palepoli, «qual luogo si chiama, da noi la montagna, dove è il Seggio, ritenendo il vecchio nome del colle dove fu edificata la città e dove fu seppellita la Partenope Sirena da cui ricevette il suo nome». Dopo aver ricordato le origini greco-romane della città, il Di Falco descrive le tre strade principali di Napoli antica coincidenti con le fratrie greche: la prima è del seggio di Montagna; la seconda è del seggio di Capuana, «la quale finiva alla porta vecchia dove era il Castello di Capuana, il qual luogo anticamente era la pregionia de’ re, come scrive il Petrarca nel suo itinerario»; la terza è quella di Nido, «dovendosi dire del Nilo, detta dalla statua di marmo con una imagine d’una gran donna con molte poppe, che lattava molti fanciulli».

Dato che la Chiesa di Santa Maria Maggiore è situata nella prima delle tre strade indicate dall’autore, ossia quella del Seggio di Montagna, è interessante riportare quanto è stato scritto intorno ad esso:

Nel seggio della Montagna era il Teatro dove si recitavano tutti i componimenti greci e latini delli studiosi ingegni che in quella etade fiorivano in Napoli, le cui vestigie antiche e l’alte mura, del che paiono hoggidì nel palazzo del Duca di Termole. In questo Theatro Nerone Imperatore ritornando da grecia musicalmente cantò come scrive Svetonio nella sua vita, ne disprezzò l’edificio del recitare, offertogli da Napolitani, considerando esso Nerone l’eccellenza degli honorati studi che fiorivano in Napoli di tutte l’arti liberali.

Si annoverano poi una serie di epitaffi, in greco e in latino, di cui uno affisso nel palazzo del Pontano, e dedicato al Dio Apollo, a dimostrazione che «li antichi Napolitani adoravano le due più belle stelle del cielo, come sono il Sole, e la Luna essendo di ciò a grande e chiarissimo indicio l’usanza de’ Notari, li quali quando contrahono in quel quartiero nominano quel luogo la Strada del Sole, e della Luna, essendo state ivi due statue di si bei pianeti». Peraltro è indicativo il fatto che la zona compresa tra vicus Solis et Lunae fosse il luogo in cui gli antichi napoletani si recavano per venerare le due deità pagane, nonché sede del Tempio di Diana, divenuta poi nel 525 d.C. Basilica di Santa Maria Maggiore. Riguardo a questo edificio sacro, l’erudito pontaniano descrive brevemente la storia e le cause che condussero alla sua fondazione, fornendo preziose informazioni intorno alle abitudini religiose dei napoletani:

Edificata da santo Pomponio Napolitano, e Vescovo di Napoli, có questa latina inscritione: BASILICAM HANC POMPONIUS EPISCOPUS NEAPOLITANUS FAMULUS IESU CHRISTI DOMINI FECIT. Pomponio Vescovo Napolitano, e servo del Signore Iesu Christo ha fatto questa chiesa.
Questo luogo per un tempo apparve un gran Porco d’uno horrendo grugnito, il quale era assai noioso alle persone. Essendo ucciso dalli Napolitani, fu ordinato da essi Napolitani che ogni anno si uccidesse un porco, e si sacrificasse a Dio: laonde ogni anno processionalmente andavano al Vescovato e li uccidevano il porco in memoria di tale accidente, per il qual porco ogni anno l’Abbate di Santa Maria maggiore paga un certo tributo all’Arcivescovo, quale usanza venne in disusanza. Ma bene occidevano una porchetta nel Domo, dove per molti atti vili e disonesti che si faceano è tolta via. In quella Chiesa è la Cappella del Pontano, dove stanno scritti molti detti latini, e nell’Altar maggior si vede una divotissima & antica imagine della Madonna, opera di San Luca.


Dato che l’opera del Di Falco contiene molte dettagliate descrizioni sugli edifici sacri, essa ha attirato l’attenzione soprattutto per quanto riguarda le notazioni relative alla storia dell’architettura. Infatti, le vestigia di Napoli antica diventano tutti i luoghi in cui sono ancora visibili tracce e permanenze di un’eredità lontana, ma persistente. L’autore, magnificando le rovine, si cimenta in ricostruzioni storiche ricche di iperboli dove Pozzuoli, Cuma e Baia, legate da una comune origine greca, erano indicate come le città più antiche d’Italia.

Di fronte alla trasformazione urbanistica della città, l’autore, come più tardi farà Giovan Battista del Tufo, fa echeggiare vivamente la «mammoria di Napoli ientile», che «ha il nome di bella, come qualunque altra che è tra le belle bella». Dopo aver parlato delle «tre nobilissime Accademie in Napoli», dei Sereni al Seggio di Nido, degli Ardenti al Seggio di Capuana e degl’Incogniti nel Cortile dell’Annunziata, nelle quali «tanti studiosi e nobilissimi giovani virtuosamente dimorano», contrariato dalla «diabolica discordia che gli ha disuniti e separati», lo scrittore denuncia l’opposizione che Don Pedro de Toledo fece contro di esse, all’indomani dei moti del 1547.

Come sostiene il Sabbatino, Benedetto Di Falco si adoperò per sostenere la doppia fidelitas cittadina, quella religiosa alla Chiesa di Roma e quella politica a Carlo V, cui abbina brevi parole di elogio per la politica urbanistica toledana e su cui invece insisterà lo storico Giovanni Tarcagnota nel suo Del sito et lodi della città di Napoli. Infatti, a conclusione di un discorso costruito tutto intorno alle origini antichissime di una città che conserva ancora simbologie e tracce di un retaggio greco-romano, l’autore dedica l’ultima parte della sua opera alla «Napoli cristiana», così come nell’epistola LXX la definì il Petrarca «al tempo di Re Roberto Francese e cristianissimo».

Napoli, che dopo la conversione al cristianesimo era persino paragonabile a Roma, continuava ad essere bersaglio dei denigratori, i quali, con un «mendace e vano detto», la definivano «un animale che tenendo adosso la barda vecchia riguarda la nuova». C'era nei contenuti di quest'opera anche un intento polemico nei confronti di Pandolfo Collenuccio, «bugiardo scrittore e maligno», per aver accusato i «Regnicoli» di poca fedeltà ai loro sovrani. L’appassionato scrittore, fieramente difende la sua amata città:

[…] tal’insegna io non vidi giammai. Essendo l’insegna della città un campo mezo d’oro che è il color del sole, il quale anticamente adoravano li Napolitani, e mezo rosso, che è il color della Luna, qual dimostra la matina per li vapori ch’ella riceve dalla terra per esser un pianeta che è più vicino ad essa terra de gli altri pianeti, medesimamente adorata dagl’istessi Napolitani. De s’io potesse far qui mentione dell’inconstantia d’Italiani direi che tale animale con simil barda sarebbe più convenevole al rimanente d'Italia che à Napolitani. Ma per non esser longo & havendo a schivo il dir màle, taccio.

Preferisce tacere il Di Falco anziché scagliarsi contro coloro che vogliono denigrare Napoli, «havendo sempre a core – scrive – la mia fidelissima patria, invece della quale in queste humil carte, e in questo basso inchiostro, a quella sempre m'inchino». Il suo intento fu quindi quello di celebrare la grandezza di Napoli e dei suoi dintorni, con ampie digressioni su costumi e tradizioni popolari, a continuazione di una tradizione quattrocentesca tutta rivolta a sottolineare la sua qualità essenziale, la «gentilezza». Con lo svanire dei tempi aragonesi, il tòpos di Napoli “gentile” continuò ad ispirare poeti e scrittori, tanto che è proprio in questi anni che appariranno i più alti esempi letterari intorno alle descrizioni su Napoli.

Oltretutto, se fino al Quattrocento la maggior parte delle laudationes alla città presentavano finalità puramente cronachistiche e riportavano dati e numeri precisi intorno alla situazione politica ed economica del Regno di Napoli, dal primo Cinquecento – forse grazie alla straordinaria spinta dei moti umanistici e agli stimoli portati dalla corte aragonese – è notevole la fioritura di divertenti, e a tratti ironici, testi lirici e in prosa, che, tra compiacimento e ironia, offrono particolareggiate descrizioni della città.
[...]

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Dall'Araldo al Capasso. L'ekphrasis della chiesa di Santa Maria Maggiore attraverso le guide di Napoli

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Informazioni tesi

  Autore: Annunziata Cimbali
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Pasquale Sabbatino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 180

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