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Il Parternariato di sicurezza nell'area euromediterranea: la questione dei migranti e del soccorso in mare

Le rotte dei migranti nel Mediterraneo

Per quanto riguarda i percorsi dei migranti nel Mediterraneo, due sono i continenti di partenza dei migranti: Africa ed Asia.
È possibile individuare tre rotte principali dal continente africano: quella dell’Africa occidentale, quella dell’Africa settentrionale e orientale, e quella del Mediterraneo orientale. Il contrabbando di esseri umani in Africa, controllato da diversi gruppi di miliziani, ê uno dei crimini più redditizi, che frutta miliardi di euro all’anno facendo leva sulla disperazione dei migranti.

La rotta dell’Africa occidentale attraversa il Sahara passando per le città di Agadêz, in Niger, e Tamanrasset, in Algeria, per poi dirigersi a nord verso Maghnia (Algeria) e giungere infine a Oujda, in Marocco. Ci sono due strade che conducono a queste città: una, utilizzata soprattutto da coloro che partono dal Senegal e dalla Mauritania, segue la costa dell’Africa occidentale, l’altra, più breve e pericolosa, attraversa il Sahara. A questo punto la porta d’ingresso per l’Europa più vicina ê l’isola di Fuerteventura, nell’arcipelago delle Canarie (Spagna). Purtroppo, però, per approdare qui i migranti fanno affidamento alle organizzazioni illegali che gestiscono l’immigrazione clandestina sulle coste di El Aiun, nel Sahara occidentale. Altro percorso su questa stessa rotta parte invece da Ceuta e Melilla, due città spagnole autonome sulla costa marocchina, che hanno rappresentato per tutti gli anni Novanta la principale via di passaggio per la Spagna e l’Unione Europea. Per questo motivo, una doppia rete metallica è stata situata tra le due città e il territorio marocchino, dove i migranti giungono da Oudja passando per Nador.

Da qui il percorso prosegue per raggiungere Malaga e Almeria, in Spagna. Infine, sulla medesima rotta per l’Europa si colloca il viaggio da Tangeri e Tetouan in Marocco fino alle coste spagnole di Algeciras. Dal 2005 la rotta dal Marocco alla Spagna è stata una delle più battute da coloro che dall’Africa sub-sahariana hanno cercato di scavalcare la recinzione dell’enclave spagnola di Melilla. La cooperazione tra le due nazioni, sovvenzionata dall’UE e dalla Spagna, ha permesso di gestire meglio questa situazione; inoltre, i migranti sono più propensi a partire dalla Libia poiché il rischio di essere respinti dalle autorità dell’UE è minore. Fino a dieci anni fa, coloro che viaggiavano dal Marocco alla Spagna erano perlopiù migranti economici alla ricerca di un impiego in Spagna, Francia e Italia, ma negli ultimi anni a questi si sono aggiunti anche coloro che fuggono dai conflitti in Mali, Sudan, Sud Sudan, Camerun, Chad e nella Repubblica Centrafricana. La Spagna ha incrementato i controlli alle frontiere, predisponendo il sistema di sorveglianza SIVE lungo i confini meridionali, e ha stretto accordi bilaterali con Mauritania e Senegal.

Inoltre, sono stati rafforzati i controlli nei principali porti per scoprire i migranti clandestini che si nascondono nei furgoni e nei container sui traghetti per Almeria e Algeciras. La crisi economica che ha investito il mondo negli ultimi anni, portando con sé un crescente tasso di disoccupazione in Spagna, rappresenta un ulteriore deterrente. Oltre all’immigrazione illegale, un altro problema connesso alla rotta occidentale è quello del traffico di droga (soprattutto cannabis e cocaina) verso i mercati europei.
Le rotte orientali e settentrionali attraversano la Libia, ad oggi la principale porta d’ingresso verso l’UE. L’ingresso in Libia da parte dei migranti viene effettuato generalmente attraverso le città di Shebha per i migranti dell’Africa sub-sahariana, e Al Jawf per quelli del Corno d’Africa. I flussi partono dalle città libiche di Zuwarah, Tripoli e Zilten e sono diretti a Malta, Pantelleria, Linosa, Sicilia e Lampedusa, i luoghi più facilmente raggiungibili per la loro vicinanza geografica. I migranti di provenienza sub-sahariana attraversano il deserto passando per Agadèz, in Niger, che si raggiunge per mezzo di regolari linee di autobus.

Qui si paga una quota ai contrabbandieri per attraversare il Sahara libico e, infine, in Italia; tale attività è vista di buon occhio dalla comunità locale, che vi riconosce possibilità di guadagno economico. Il percorso dall’Africa occidentale al Niger ê facilitato dal protocollo sul libero movimento delle persone nell’area dell’Economic Community of West African States (ECOWAS), che comprende 15 Paesi dell’Africa occidentale; ciò significa che i migranti diretti in Libia possono giungere in Niger più velocemente e con costi minori, dato che non è necessario il visto per attraversare i confini.
Lo scorso 9 gennaio il ministro dell’interno italiano, Marco Minniti, si ê recato a Tripoli per trovare un accordo con il governo di unità nazionale libico guidato da Fayez al Serraj in materia di immigrazione e controllo delle frontiere. L’intesa verterà su quattro punti fondamentali:
* la cooperazione per la lotta ai flussi migratori illegali attraverso il supporto tecnico e tecnologico assicurato alla Guardia Costiera libica (art. 1);
* la chiusura della frontiera meridionale con il Niger (art. 2);
* l’adeguamento e il finanziamento dei centri di accoglienza in Libia, che nella realtà dei fatti sono a tutti gli effetti centri di detenzione;
* la definizione di una visione di cooperazione euro-africana più ampia per eliminare le cause dell’immigrazione irregolare.

In sintesi, la Libia si offre di bloccare il transito dei migranti dell’Africa sub-sahariana, chiudendo il confine Sud, e di intercettare e fermare i barconi in partenza. D’altra parte l’Italia si impegna a formare e ad attrezzare la Guardia Costiera libica ed il personale dei centri di accoglienza, provvedendo al finanziamento di tutte le iniziative. Ad Agadèz, i migranti vengono sistemati in ghetti gestiti da un capo, e una volta che hanno raggiunto un numero tale da riempire un furgone, vengono trasportati al di là del confine libico. Il viaggio può durare due o tre settimane oppure diversi mesi a seconda dell’importo pagato: il prezzo medio va dai 500 agli 800 euro, una cifra notevole per gli standard medi africani, che viene spesso pagata da un’intera famiglia per un solo migrante.

Da Agadèz, i furgoni, passando per Madama e Toummo, raggiungono Sabha, città della Libia centro-meridionale, dove coloro che hanno il denaro per pagare un facilitatore si spostano verso la costa, mentre gli altri rimangono a lavorare in condizioni di sofferenza e abuso. La maggior parte di questi traffici seguono le antiche rotte carovaniere nel Sahara dei Tuareg e dei Toubou, le due tribù che controllano i confini del Niger e del Sudan con la Libia. Dopo il crollo del regime di Gheddafi nell’ottobre del 2011, il confine libico con il Niger è rimasto privo di protezioni, mancanza della quale la tribù Toubou ha approfittato per stabilire il proprio controllo sulle zone di accesso alla Libia meridionale. I migranti provenienti dal Corno d’Africa sono per la maggior parte di nazionalità eritrea, seguiti da quelli di origine sudanese e somala.

In Sudan i traffici sono gestiti da abitanti della regione che conducono i migranti al confine con la Libia nei loro furgoni, e da qui alcuni Tuareg li trasportano alle città costiere della Libia da dove possono spostarsi verso le coste dell’Europa meridionale. I pagamenti nell’Africa orientale e sub-sahariana sono effettuati attraverso il sistema hawāla, un modo informale di trasferire denaro basato su un codice d’onore: il denaro viene traferito tramite un broker hawāla, il quale chiama il suo omologo nella città di destinazione trattenendo una piccola quota per sé a titolo di commissione, promettendo di saldare il debito successivamente. La particolarità di questo complesso di operazioni è che tra i broker le transazioni hanno come base unicamente l’onore. Il trasferimento dall’Africa orientale all’Italia, la cui durata varia dalle tre settimane ad un periodo più lungo a seconda dei fondi a disposizione, può costare fino a 3000 euro.

Nel 2015, il numero di migranti giunti in Europa attraverso la rotta del Mediterraneo orientale ha raggiunto la quota di 885.000 individui, 17 volte la cifra del 2104 (UNHCR; 2017). I Paesi di provenienza sono sia quelli asiatici e medio orientali (Siria e Afghanistan) che quelli del corno d’Africa (in particolare la Somalia), mentre le destinazioni finali sono le isole greche, soprattutto Lesbo, le coste turche, che occupano una posizione strategica nel Mediterraneo, e l’isola di Cipro. Rispetto al 2015, grazie agli accordi siglati dalla Turchia con l’UE, il numero di coloro che sono entrati nell’Unione Europea attraverso la Turchia è diminuito, con 173.450 rifugiati e migranti giunti in Grecia attraverso il mare, e altri 3.282 via terra (UNHCR, 2017). A partire da marzo 2016 coloro che hanno attraversato il mare dalla Turchia alla Grecia sono stati il 99% in meno rispetto ad ottobre 2015.

Nel 2016, gli arrivi sulle coste greche sono calati da una media di 2.175 al giorno in gennaio a 96 in ottobre e 54 in dicembre (UNHCR, 2017). Con l’infuriare del conflitto civile in Siria, i siriani costituiscono il gruppo etnico di maggiore presenza in Grecia insieme a minoranze afghane, irachene e pakistane. Diverse barche turche continuano ad approdare sulle coste italiane, incuranti degli accordi esistenti tra UE e Turchia sulle migrazioni e delle difficoltà della traversata dei Balcani.

Nonostante le numerose misure implementate dalla Grecia, inclusa una recinzione di 12 km a Orestiada, città greca al confine con la Turchia, risulta difficile controllare i flussi migratori a causa della lunghezza delle coste greche e turche. Nell’aprile del 2016 la Grecia ha riformato gli accordi precedentemente vigenti con la Turchia, secondo i quali i profughi sbarcati in Grecia dopo il 20 marzo 2016 avrebbero dovuto essere rinchiusi negli hotspot sulle isole di Samo, Lesbo e Chio in attesa di identificazione e di un eventuale rimpatrio. Ora è permessa la detenzione amministrativa dei migranti irregolari in attesa che le domande d’asilo vengano valutate una per una dai funzionari dell’agenzia europea per l’asilo (Easo).

Tuttavia Amnesty International ha denunciato come alcuni profughi siriani siano stati respinti senza possibilità di presentare regolare domanda di asilo in Grecia contro quanto previsto dal diritto internazionale sui respingimenti. Oggi sono 14.371 le persone letteralmente stipate in condizioni disumane negli hotspot sulle isole greche, la cui capienza massima sarebbe di 7.450. Inoltre, dalla Grecia sono stati spostati in altri Paesi solo 9.610 profughi rispetto ai 160mila stabiliti dal programma di ricollocamento dell’Agenda europea sull’immigrazione varato nel maggio 2015.

Una delle rotte migratorie che si è affermata ultimamente è quella balcanica, battuta da colore che provengono principalmente da Siria, Afghanistan, Libia, Iraq, Pakistan, Somalia, Eritrea o dai Balcani stessi, in particolare dal Kosovo. Secondo quanto riportato da Frontex, il numero degli attraversamenti della Penisola balcanica, che tra il 2014 ed il 2015 è cresciuto del 50%, sta subendo un aumento vertiginoso rispetto a quello delle traversate del Mediterraneo. Secondo l’UNHCR sono almeno 3 mila al giorno i migranti ad attraversare il confine tra Grecia e Macedonia; è lecito domandarsi, dunque, come mai questa rotta stia diventando quella preferenziale per giungere in Europa. La risposta risiede nell’assenza di controlli rigidi nei singoli Stati, contrariamente a quanto accade nell’Europa centro-occidentale, favorendo le attività illecite dei trafficanti di esseri umani.

Anche la costruzione del muro alla frontiera ungherese ha fatto sì che molti migranti si siano messi in viaggio approfittando dei valichi non ancora chiusi. Tuttavia, tale muro non riuscirà a scoraggiare il flusso migratorio che, farà affidamento sulle organizzazioni criminali per trovare rotte alternative attraverso Bulgaria, Croazia e Romania per raggiungere il nord Europa. Per giungere nei Balcani, i migranti devono superare il confine tra Turchia e Bulgaria oppure quello tra Grecia e Macedonia. Si tratta di un passaggio pericoloso in quanto gestito da organizzazioni criminali che, con la complicità di funzionari corrotti, chiedono un compenso anche fino a 7 mila euro per raggiungere le destinazioni prescelte. La Serbia rappresenta un corridoio di transito per i Paesi dell’Unione più prossimi, come Ungheria e Croazia, che rappresentano però delle terre di passaggio. La città serba di Subotica è uno dei punti principali di raccolta di clandestini in attesa di varcare il confine con l’Ungheria. Questa rotta può essere utilizzata anche da cellule terroristiche jihadiste, che trovano il loro appoggio nella rete islamista attiva soprattutto in Bosnia-Erzegovina. Anche la Bulgaria ha attuato un progetto simile, costruendo delle recinzioni di 240 km lungo il confine turco.

Nell’agosto del 2015, su iniziativa del ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto, sono cominciati i lavori per erigere una barriera lungo il confine serbo per bloccare i flussi di migranti dalla Serbia. Si tratta di un muro lungo circa 175 km e alto quattro metri che attraversa anche un tratto fluviale. Dopo il trattato italo-libico del 2010, i migranti nel Mediterraneo, secondo l’indagine condotta da Frontex, erano solo 4500, quota che è salita vertiginosamente a 219.000 nel 2014, e all’inizio del 2015 erano più di 30.000. I dati raccolti dal Ministero dell’interno italiano hanno rilevato nel periodo compreso tra gennaio e settembre 2017 una diminuzione degli sbarchi del 21,18%.

Il Mare nostrum è anche detentore di un triste primato: è la rotta marittima più mortale al mondo, con un numero di morti che dal 1988 al febbraio del 2016 risulta di almeno 27.382 persone, di cui 4.273 nel 2015 e 3.507 nel 2014 secondo quanto riportato da Fortress Europe. Nella parte del Mediterraneo vicina a Grecia, Italia e Spagna, oltre che nell’Oceano Atlantico sono annegate 22.223 persone, delle quali sono andate disperse la metà delle salme (14.225). Nel canale di Sicilia, tra Libia, Egitto, Tunisia, Malta e Italia le vittime sono 13.318, con 9.9586 dispersi. Lungo le rotte dirette verso la Spagna e le isole Canarie hanno perso la vita almeno 5.118 persone, di cui 2.582 disperse, mentre nel Mar Egeo, tra Grecia e Turchia il numero delle vittime è di 2.705 individui, con 1.238 dispersi.

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Il Parternariato di sicurezza nell'area euromediterranea: la questione dei migranti e del soccorso in mare

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Informazioni tesi

  Autore: Federica Sgambellone
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Mediazione Linguistica e Culturale
  Corso: Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale
  Relatore: Dino Gavinelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 163

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