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Il teatro come veicolo d'intercultura

Stranieri e felici

“Ci sono stranieri felici? Il volto dello straniero brucia la felicità.”

È così che la studiosa e scrittrice di nazionalità francese, di origine bulgara, d'adozione americana, oggi cittadina europea, scrive nel 1988 un libro pieno di riflessioni, di studi e concetti interessantissimi come l'erranza, la sofferenza, l'esilio, lo scarto, la melanconia e la felicità bruciata, e usa il francese, la sua lingua d'adozione, per la stesura di un testo che poi è stato tradotto in molte lingue, in tutto il mondo.

Stranieri a noi stessi mi ha entusiasmato perché invita a pensare il nostro modo di vivere da stranieri o con gli stranieri, ricostruendo il destino dello straniero nella civiltà europea, dove l'umanesimo “tagliando il filo della tradizione greca, giudaica, e cristiana da cui è scaturito non può irrigidirsi nel puro smantellamento dell'oscurantismo integralista e degli abusi liberticidi delle credenze religiose;”

Cos'è l'umanesimo di cui parla la Kristeva? La risposta a questa domanda da parte dell'autrice è eloquente, illuminante e chiarificatrice: “L'umanesimo è un femminismo, è una sollecitazione costante al risveglio dell'esperienza interiore (…) esso propone una morale che comporta necessariamente una rivalutazione rispettosa del religioso e spirituale.”

Nel primo capitolo, Julia s'interroga sulla condizione o meglio l'aspirazione più emozionante dell'uomo: la felicità e lo fa tenendo conto della condizione di estraneità rappresentata da colui che non viene solo considerato l'altro, ma semplicemente qualcuno.

In relazione a questo umanesimo, che secondo la Kristeva non è affatto una nuova religione e che si è costituito sul continente europeo e da nessun altra parte, dove l'uomo sarebbe coinvolto in una ricostruzione continua della sua identità, dei suoi valori e delle sue situazioni personali, storiche e sociali, che cosa vuol dire la felicità per uno straniero?

Il suo aspetto, la sua singolarità colpisce: “quegli occhi, quelle labbra, quegli zigomi, quella pelle diversa dalle altre lo distinguono e ricordano che si ha a che fare con qualcuno.”

Turbato o allegro che sia, lo straniero essendo l'altro, c'impone di fare i conti con la sua frontiera interna, dove “la felicità sembra prevalere malgrado tutto, perché qualcosa è stato definitivamente superato: è una felicità dello strappo, della corsa, spazio di un infinito promesso.”

La quiete è inconciliabile con l'erranza, il pellegrinaggio verso un altrove possibile e sicuro e un moto ondoso dell'anima e del corpo dominato da un'inquietudine che come i marosi, concede alla tempesta la supremazia eppure quella dello straniero è una strana felicità che si realizza attraverso l'incertezza di un'eterna fuga. E in questo viaggio senza sosta, lo straniero porta con se la ferita segreta che spesso egli stesso ignora e che lo porta all'erranza.

Accanto alla sua strana felicità, consuma la sofferenza nel tentativo di perseguire il fine professionale, intellettuale o affettivo che sembra un tradimento dell'estraneità perché scegliendo un programma, lo straniero si concede una tregua o un domicilio, capovolgendo la logica estrema dell'esilio dove tutti i fini, dovrebbero consumarsi o distruggersi nel folle slancio dell'errante verso un altrove inaccessibile.

L'unico sostegno e ciò che lo rende inattaccabile e invulnerabile a ogni assenza d'amore, di certezza è proprio l'indifferenza verso le sue stesse privazioni che lo rende impermeabile a ogni assenza e pur non appartenendo a nessun luogo, ad alcun tempo e ad alcun amore, ha la sicurezza di essere e di essere stato capace di aver “trasformato i suoi disagi in zoccolo duro e resistente, in cittadella di vita”.

L'assenza di riferimenti, rende lo straniero privo di riferimenti, di una consolazione se non quella di “aver stabilito una distanza interiore contro il fuoco e il gelo che li avevano un tempo bruciati.”

Sono rimasta colpita da questo passaggio del libro: “Non hanno nessuno su cui sfogare questa rabbia, questa combustione di amore e odio, perché trovano la forza di non soccombere ad essa che vanno errando per il mondo.”

In questo preciso momento ho riflettuto sulla differenza sostanziale tra la solitudine e lo smarrimento che si prova nel proprio paese e di tutte le volte che mi sono lamentata per i tempi che sono cambiati e la condizione degli italiani come me che fanno i conti con la piaga della disoccupazione, e la melanconia descritta dalla Kristeva, ossia quell'indifferenza che cela la nostalgia dello straniero sopravvissuto eppure con lo sguardo volto al paese perduto.

Anche se l'incontro equilibra l'erranza, lo straniero secondo l'autrice è un sognatore che fa l'amore con l'assenza, un depresso squisito.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il teatro come veicolo d'intercultura

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Informazioni tesi

  Autore: Tania Croce
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università Telematica Pegaso
  Facoltà: Pedagogia
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Angela Perucca
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 63

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