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La relazione educativa nelle comunità per minori e il legame con la famiglia d'origine

L'allontanamento dalla famiglia e il collocamento in comunità

Il minore è colui, che secondo la legge del proprio paese, non ha raggiunto l’età alla quale possono essere ricollegati diritti e doveri. Infatti, anche per il minore straniero, che non abbia ancora compiuto diciott’anni, si applicano, fino alla maggiore età, le misure di protezione previste nell’ordinamento italiano.

L’allontanamento dalla famiglia d’origine rappresenta una delle misure disposte dall’Autorità Giudiziaria, in situazioni di estrema gravità ed elevato rischio psicofisico per i bambini e gli adolescenti (Sara Lorini, 2012).

In questo contesto, la comunità si configura come un intervento che coinvolge diversi attori sociali, quali i minori allontanati dalle loro famiglie, le famiglie d’origine, i servizi sociali che valutano e decidono l’inserimento in comunità, il tribunale che lo ratifica e gli educatori che si impegnano nella vita quotidiana (Bastianoni, Baiamonte, 2014, p.63).

L’affidamento è uno strumento che consente la tutela del minore che, solo temporaneamente, risulti privo di un ambiente familiare idoneo, quindi, la legge prevede che sia collocato in comunità di tipo familiare, caratterizzate da un’organizzazione e da rapporti simili a quelli di una famiglia.

Nel provvedimento devono essere indicate: le motivazioni, i tempi, le modalità attraverso cui i genitori possono mantenere i rapporti con il minore e i poteri connessi alla responsabilità genitoriale.

Il collocamento in comunità può essere un intervento utile alla sua crescita, il quale consente di ristrutturare la propria identità, superare il trauma del distacco con la famiglia, ma anche valorizzare il proprio sé e rielaborare la propria storia, attraverso un contesto accogliente e con dinamiche lineari.

Come già evidenziato, la comunità deve essere organizzata su specifici criteri quali l’età dei minori, la valutazione dei tempi di permanenza, il numero degli adulti in rapporto ai soggetti ospitati e la loro stabilità per la formazione di legami significativi, l’integrazione fra un modello teorico di riferimento e la progettazione organizzativa stessa della struttura sul singolo e sul disturbo specifico manifestato.

Nel corso degli anni sono cambiati anche i motivi per cui i bambini vengono allontanati dalle famiglie; infatti, se in passato le motivazioni erano connesse alla povertà economica e culturale, oggi la legge ribadisce che il minore ha diritto a vivere nella propria famiglia e che le condizioni economiche non possono più determinare gli allontanamenti, quindi tali provvedimenti vengono disposti solo nei casi in cui il permanere dei minori nelle famiglie sia elemento di grave pregiudizio per la loro crescita (Secchi, 2015, p.20).

Le cause dell’allontanamento possono essere molteplici tra cui: violenza verbale e\o fisica, comportamenti aggressivi da parte del minore, nessuna supervisione dei genitori, oppure come accade per la maggior parte degli stranieri, che da soli e quindi senza famiglia, sono costretti a fare milioni di chilometri e ad arrivare in Italia clandestinamente.

I bambini che dispongono di un ambiente di cura svantaggiato o poco stabile sviluppano più spesso relazioni di attaccamento insicuro con i genitori, come nel caso dei bambini con genitori maltrattanti o abusanti (Crittenden, 1985).

Mentre, durante il periodo dell’adolescenza, i ragazzi vengono influenzati e modulati da processi di controllo sociale, che acquistano potere grazie all’affiliazione al gruppo dei pari. Infatti, questo periodo viene visto come un momento di rielaborazione e di riflessione sulla propria storia passata, ma anche come apertura verso nuove possibilità di adattamento (Bastianoni, 2000).

Il punto di vista di chi vive in comunità è molto diverso, infatti, vivere in questo contesto risulta essere un evento privato la cui divulgazione comporta raramente vantaggi sociali.

Nel passato esistevano i collegi che si occupavano degli orfani e delle famiglie povere, mentre ora, l’allontanamento dalla famiglia d’origine segnala molte problematiche, tra cui: devianza, abuso, maltrattamenti, malattia mentale e tossicodipendenza (Bastianoni, 2000, p.172); quindi, l’inserimento in comunità viene più che altro percepito come un senso di vergogna e di ingiustizia, sia da parte del minore che dei familiari.

Proprio per questo alla ridefinizione del sé va affiancato il sostegno diretto al superamento dell’etichettamento sociale che, segnalando diversità, conduce ad aggravare una situazione già molto dolorosa e compromessa.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La relazione educativa nelle comunità per minori e il legame con la famiglia d'origine

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Informazioni tesi

  Autore: Fiorella Pisacreta
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Scienze dell'Educazione
  Corso: Scienze dell'educazione e della formazione
  Relatore: Mauro Cozzolino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 63

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