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Le misure cautelari tra principi costituzionali ed esigenze di difesa sociale

I criteri di scelta delle misure cautelari

Un altro dei principali ambiti da valutare per l’applicazione delle misure cautelari personali riguarda l’individuazione dei criteri di scelta utili alla scelta delle misure più idonee da adottare, tra le tante disciplinate, in modo da tutelare le esigenze concretamente esistenti. Infatti, il sistema processuale prevede varie soluzioni cautelari
in un ordine progressivo restrittivo decrescente, al cui apice c’è la custodia cautelare in carcere, e poi, via via, prima le altre misure coercitive, ed infine, quelle interdittive.

La pluralità di misure restrittive previste sottintende la volontà del legislatore di modulare la risposta cautelare in base alla quantità ed alla qualità dei pericoli reali da tutelare. Infatti, in quest’ottica, la traduzione normativa dei principi costituzionali originaria è stata coerente.
I profili connessi alla scelta cautelare sono particolarmente problematici e complessi proprio per i molteplici versanti coinvolti e per le questioni sottese alla dosimetria restrittiva. Quindi, sarebbe auspicabile una normativa chiara e semplice, invece, attualmente è presente una disciplina complicata, poco lineare e resa oscura da continui rimaneggiamenti disomogenei.

La norma deputata a regolamentare il fenomeno è l’art. 275 c.p.p., una delle norme più modificate in materia di libertà personale. Inoltre, anche i commi al suo interno sono stati oggetto di continui interventi manipolativi, i quali, hanno inciso sulla genetica stessa della norma, modificandola. Ovviamente, questo modo di procedere è stato criticato, poiché, oltre a non dare una soluzione organica, disorienta l’interprete con continue manipolazioni prive di sistematicità.

La scelta della misura cautelare più aderente al caso concreto, evoca, ovviamente, una forte discrezionalità, che, coinvolge un territorio significativamente ampio. Infatti, il giudice, nell’applicare la misura, ha una significativa libertà di valutazione, simile alle dinamiche che caratterizzano ogni momento della decisione in ambito penale: essa coinvolge l’ “an” ed il “quomodo”, riguarda, cioè, sia il potere di applicare l’imposizione cautelare, sia il modo della stessa ed è limitata solo dalla necessaria richiesta del Pubblico Ministero ed anche dal contenuto della stessa, non potendo applicare una misura più grave di quella oggetto della domanda. Però, può applicare una misura meno grave quando la ritiene più aderente alle concrete necessità da tutelare. La normativa, in realtà, è il prodotto di due successive modifiche, che, hanno prima inserito (D. lg. n. 12 del 1991), e poi abrogato (L. 332 del 1995), il divieto di applicare una misura meno grave quando la richiesta aveva ad oggetto esclusivamente una determinata cautela. Il legislatore si è accorto degli errori e vi ha posto rimedio.

A tal fine, l’art. 275 c.p.p. individua tre principi fondamentali da seguire per individuare la specifica misura cautelare da applicare: il principio di adeguatezza, il principio di proporzionalità ed il principio di gradualità; essi sono i criteri guida della discrezionalità del giudice nella scelta cautelare concreta. Se l’opzione ha come primo momento di verifica la ricerca della sussistenza delle condizioni generali previste dall’art. 273 c.p.p., e dei “pericula libertatis” previste dall’art. 274 c.p.p., la scelta consiste nell’individuare il modo più adeguato e proporzionale per tutelare le esigenze in pericolo. Un rispetto per la libertà personale prevede di limitarla nel modo meno gravoso possibile e con uno sguardo fisso sul futuro per evitare danni ineliminabili e gratuiti. La lesione in seguito alla restrizione della libertà personale deve trovare una giustificazione nell’effettiva necessità di tutela che la prevede.

1. Il primo principio previsto dall’art. 275 c.p.p. è “il principio di adeguatezza”, il quale, stabilisce che “nel disporre le misure, il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura ed al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto” in base ad una scala di valori e di intensità che pone la custodia cautelare un carcere al suo vertice, qualificandola come “extrema ratio”, da applicare solo quando ogni altra misura risulti inadeguata secondo quanto previsto dall’art. 275, 3 comma c.p.p. L’adeguatezza della risposta cautelare è legata alla natura ed al grado di dell’esigenza concreta da realizzare. Questa valutazione consente un giudizio di utilità ed una prospettiva di minore afflittività possibile, poiché le misure cautelari sono ordinate secondo una scala crescente che parte dalla meno gravosa, cioè quella interdittiva, e man mano sale di intensità. Giungendo alla misura coercitiva non custodiale, fino ad approdare, infine, alla custodia cautelare prima domiciliare, e poi, in carcere. In sostanza, si tratta di un ordine corrispondente anche al criterio della minore lesività del trattamento processuale. Infatti, se un’esigenza può essere soddisfatta con una misura meno grave, non si può applicare una misura restrittiva maggiore: deve essere applicata solo la misura utile, ed in caso di uguale idoneità cautelare, la meno gravosa per l’imputato. […]

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Le misure cautelari tra principi costituzionali ed esigenze di difesa sociale

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Informazioni tesi

  Autore: Sara Iacovino
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi del Molise
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Agostino De Caro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 139

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Parole chiave

principi costituzionali
misure cautelari
esigenze di difesa sociale
normative sulle misure cautelari

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