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L'Orientalismo nella costruzione dell'identità e dell'alterità nell'arte coloniale italiana

Raccontare l’Altro: l’educazione coloniale degli italiani

Il passato coloniale italiano è riaffiorato in tempi più lunghi rispetto al caso della Francia o dell’Inghilterra. Questo “ritardo” può essere spiegato attraverso un’analisi più approfondita della cultura nazionale e della sua metabolizzazione del passato, che si caratterizza per una «rimozione e sottostima del colonialismo […] (ed una sua) associazione diretta e quasi esclusiva al ventennio fascista». L’Italia «continua a presentare ancora oggi, sul fronte coloniale, una memoria frammentata e rimossa, e sembra volere solo disfarsi del suo passato, quasi un non potere fare i conti con esso».

In questo paragrafo cercherò di ricostruire questa memoria frammentata e rimossa, partendo dal quadro storico dell’esperienza coloniale italiana, i cui esordi possiamo collocare nel 1869 nel Corno d’Africa con l’acquisto della baia di Assab (ceduta allo stato italiano nel 1882) da parte della Compagnia di navigazione Rubattino. Nel corso del 1885 l’Italia occupò tutta la fascia costiera tra Massaua e Assab (i cosiddetti Possedimenti italiani nel Mar Rosso): la spedizione pose le basi per un progetto che aspirava al controllo dell’intero Corno d’Africa, inclusa la Somalia (che diventerà colonia italiana nel 1905). L’avanzata italiana verso l’altopiano occidentale eritreo, controllato dal negus etiope Giovanni IV, fu interrotta dalla sconfitta subita a Dogali (1887). Nel 1889, grazie alla politica diplomatica dell’ambasciatore italiano Pietro Antonelli, venne firmato con Menelik II (successore del negus) il Trattato di Uccialli, che permise l’acquisizione ufficiale della colonia di Eritrea sotto forma di protettorato (1890). Sulla scia di questo successo l’esercito italiano occupò nel 1895 la regione del Tigray, provocando una rottura dei rapporti con Menelik ed una disastrosa sconfitta ad Adua (1896). Per i popoli colonizzati la disfatta italiana rappresentò una concreta possibilità di resistenza ed opposizione al colonialismo europeo. Nel territorio nazionale generò invece un fiume di polemiche, che misero un freno alle ambizioni imperialiste.

La battaglia di Adua è una di quelle amnesie che Alessandro Triulzi considera significative in un più generale processo di rimozione dell’esperienza coloniale italiana dalla storia. Ad essa seguì una fase di stallo, conclusasi solo nel 1911, anno in cui il primo ministro Giolitti diede avviò alla campagna di Libia con la conquista della Tripoliania e della Cirenaica. Il territorio fu nei decenni successivi attraversato da continui episodi di guerriglia, che terminarono solo con la pacificazione del 1931.
La seconda amnesia si verificò in seguito alla perdita dei domini coloniali (1941-43), in coincidenza con la conclusione dell’epoca mussoliniana. Il trattato di pace del 1947 sancì l’effettiva rinuncia della nazione «a tutti i diritti e titoli sui suoi possedimenti in Africa». L’Italia non si rassegnò tuttavia ad una cancellazione totale del suo impero, e sperò di poter conservare per lo meno le colonie del periodo liberale, puntando sull’appoggio delle potenze vincitrici. Le speranze nazionali furono però deluse. Il 2 dicembre 1950 l’Assemblea generale dell’ONU votò per la costituzione dell’Eritrea in unità autonoma federata all’Etiopia: una soluzione che ebbe vita breve e portò, nel 1962, all’annessione dell’Eritrea all’Etiopia come provincia. A quest’esito dovevano seguire trent’anni di conflitto e il sorgere del nazionalismo eritreo, la cui origine non era da imputarsi al colonialismo italiano ma al dominio di uno stato africano.

L’indipendenza della Libia venne approvata dall’ONU il 21 novembre 1949: essa si strutturò in uno stato federale (retto dal sovrano Idris es-Senussi), in cui le tre parti componenti (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) avrebbero mantenuto una certa autonomia. L’esperienza coloniale italiana in Libia terminò definitivamente nel 1970, con l’espulsione forzata di circa 20.000 italiani ancora residenti nel territorio, decretata dal regime militare di Muammar Gheddafi.
La Somalia, infine, nel 1949 (a seguito di una tragica manifestazione anti-italiana organizzata dalla Lega dei Giovani Somali, considerata ad oggi l’episodio più cruento del nostro post-colonialismo) fu affidata dall’ONU in amministrazione fiduciaria all’Italia per un periodo di dieci anni a partire dal 1950 (il passaggio dei poteri avvenne ufficialmente il 1 luglio 1960): fu proprio la Lega, scelta come interlocutrice privilegiata, ad imporsi come partito di maggioranza.

Si può di conseguenza indicare nel 1950 il termine ufficiale dell’esperienza coloniale italiana, sebbene «la fine sostanziale del dominio» fosse «già maturata fra 1941 e 1943». Viene allora spontaneo domandarsi come sia stato possibile che oltre mezzo secolo di storia sia stato rimosso con tanta facilità dall’immaginario degli italiani. La risposta più ovvia sarebbe che il grande investimento (materiale ed ideologico) compiuto per garantire la creazione di un impero si sia rivelato uno spreco, e che alla delusione si sia sostituito un generalizzato silenzio. Saltuariamente questo silenzio è stato interrotto da citazioni autorevoli o discorsi nostalgici, ma è indubbio che l’elaborazione del fenomeno coloniale in Italia sia avvenuta in maniera tardiva rispetto a paesi come la Francia e il Regno Unito, nei quali la critica ha prematuramente sviscerato ogni campo artistico e sociale in cui esso ha lasciato traccia. A questo ritardo ha contribuito un legargo cuturale, dovuto all’assenza di metodologie adeguate, innovative ed in grado di afferrare i fenomeni della colonizzazione e decolonizzazione da più punti di vista (oltre quello “terzomondista”).

Per comprendere in che modo l’Italia contemporanea ha affrontato i fantasmi del suo passato coloniale, è opportuno soffermarsi proprio sul concetto di decolonizzazione. La fine politica del colonialismo italiano fu determinata da una sconfitta militare: per tale esito, nel caso della nostra nazione Giampaolo Calchi Novati ha parlato di una decolonizzazione mancata. Essa infatti non avvenne a causa dei movimenti di liberazione nazionale delle ex colonie, né per un’iniziativa della madrepatria. Questa decolonizzazione anomala ebbe conseguenze per entrambe le parti: in Italia l’emergere di vittimismi nazionalistici, nelle ex colonie l’indebolimento progressivo dei ruoli dei partiti, dei movimenti o dei singoli che presero le redini dopo l’indipendenza. L’esperienza italiana, come ha diagnosticato lo studioso Nicola Labanca, è stata caratterizzata da «diversi processi di decolonizzazione, o quantomeno diversi “allontanamenti” dal colonialismo e dall’esperienza coloniale» (corrispondenti ad altrettanti “attori” coinvolti nell’espansione oltremare). Sia chiaro, non si verificò mai una rimozione integrale della memoria: pertanto è più corretto affermare che ci furono delle fasi, delle diversificate tendenze all’oblio.
Nella prima fase (tra gli anni ’40 e i primi anni ’50) convissero esperienze più o meno dirette, a seconda dei diversi gradi di coinvolgimento nel fenomeno coloniale. Gli italiani che erano entrati in contatto con l’impero solo di riflesso (attraverso la propaganda) dimenticarono più facilmente la perdita delle colonie. Il discorso cambia per quelli vissuti in colonia: il senso di perdita provato complicò una rapida cancellazione dei ricordi.

Gli anni ’60 e ’70 (seconda fase), anche grazie alla fine dell’AFIS, gettarono le basi per una trasformazione che coinvolgerà l’immagine dell’Africa e ne sancirà il divorzio dal discorso coloniale. I movimenti politici spinsero infatti verso una marginalizzazione dell’esperienza coloniale, perché gravitante nell’ottica dell’ “odiato” regime fascista, contraria ai temi della solidarietà con i poveri del mondo e controproducente rispetto alle nuove aperture politiche auspicate. In questi anni si verificò così un progressivo screditamento dell’esperienza coloniale: la televisione e la stampa evitarono l’argomento, i nuovi africanisti (poiché i vecchi erano ormai stati rimpiazzati) si allontanarono sempre più dall’opinione pubblica. Importante (ma non sufficiente) fu il ruolo assunto dagli storici, che iniziarono a descrivere le ex colonie non più come appendici dell’Italia, bensì come realtà complesse e a sé stanti.
La terza fase (anni ’80 e ’90) determinò un’inversione del processo di rimozione della memoria coloniale: si sviluppò una conoscenza più critica, si misero in discussione i suoi presupposti (primo su tutti, il mito del colonialismo “buono”) e si portarono in superficie le sue responsabilità, finora eluse con rapide autoassoluzioni. Questa fase coincise con la nascita di una nuova coscienza coloniale, che prese in considerazione per la prima volta le colpe e gli errori della nazione. Quattro fattori l’avevano agevolata: «il ruolo nuovo della storiografia, l’incedere del tempo fra i reduci d’Africa (maggiori sostenitori del colonialismo), le più generali correnti d’opinione in seno alla società italiana e le richieste (della) nuova politica estera italiana». Le crisi in Eritrea, Etiopia e Somalia resero tangibili le responsabilità della nazione, mentre il fenomeno dell’immigrazione fece riflettere sulle radici storiche del razzismo degli italiani. L’Italia si interrogò sul «suo rapporto con l’Africa», riaprendo «una discussione storica e retrospettiva sul passato coloniale»: era finalmente iniziata una decolonizzazione della memoria.

Ad oggi si è fatto tanto per mettere insieme i pezzi del puzzle e si è riusciti, almeno in parte, a ricostruire il fenomeno attraverso un’analisi dei discorsi sull’Africa (sulla base del modello foucaultiano assunto da Said e Mudimbe). Quest’analisi ha permesso di individuare l’apogeo del colonialismo italiano nel periodo compreso tra il 1910 e il 1940: in quest’arco di tempo il tema si diffuse entro «un insieme di testi poetici, eruditi, economici, sociologici, storiografici e filologici», andando a creare e consolidare «una serie di “interessi”» (politici, di conquista).
Alla produzione di tali testi eruditi contribuì la Scuola di Orientalisti, sorta nel 1901. Tra i suoi fondatori compare il nome di Ignazio Guidi (1844-1935), la cui importanza in Italia è paragonabile a quella di Silvestre De Sacy in Francia: «come quest’ultimo, egli ha fondato una tradizione scientifica originale e una vera e propria scuola, nei tre distinti settori della letteratura e cultura arabo-islamiche, dell’etiopistica e delle letterature religiose orientali». Guidi, docente di Ebraico e lingue semitiche comparate dell’Università di Roma, venne implicato maggiormente nella politica coloniale con l’assegnazione, nel 1885, della cattedra di Storia e Lingue dell’Abissinia, istituita dal ministro Coppino in seguito all’occupazione di Massaua. Egli descrisse e catalogò l’immenso patrimonio letterario islamico, attraverso l’applicazione di un metodo filologico e comparativo. […]

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L'Orientalismo nella costruzione dell'identità e dell'alterità nell'arte coloniale italiana

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Informazioni tesi

  Autore: Chiara Saiu
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2017-18
  Università: Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM)
  Facoltà: Arti, Turismo e Mercati
  Corso: Arti, Patrimoni e Mercati
  Relatore: Boccali Renato
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 206

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