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Il mondo di Carroll e la schizofrenia. Confronto tra il comportamento schizofrenico e le opere di Lewis Carroll

Alice e il viaggio attraverso la Schizofrenia

Come Alice precipita nella tana del coniglio bianco, lo schizofrenico precipita nel baratro della malattia. Entrambi nel loro viaggio affronteranno paradossi, doppi vincoli, la perdita dell’identità, del proprio nome e una serie di cambiamenti somatici.

Paradossi e doppi vincoli
Paradosso è un termine di origine greca, il quale designa tutto ciò che contraddice l’opinione corrente (dóxa).
Nella “Pragmatica della comunicazione umana” un paradosso è definito “una contraddizione che deriva dalla deduzione corretta di premesse coerenti”. (Watzlawick et.al., 1967/1971, p.185).“La forza dei paradossi risiede in questo: Non sono contraddittori, ma ci fanno assistere alla contraddizione.” (Deleuze, 1969/1975, p.72).

Secondo Deleulze (1969/1975) la potenza del paradosso sta nella sua capacità di dimostrarci che il senso comune si muove sempre in due direzioni. Alice è colei che va contemporaneamente nei due sensi nel Paese delle Meraviglie.
Si è soliti distinguere i paradossi in logico matematici, che mettono capo ad antinomie, un esempio: “La classe di tutte le classi che non sono membri di se stesse.”(Watzlawick et.al., 1967/1971, p.188). In definizioni paradossali le quali generano antinomie semantiche di cui la più famosa è “Io sto mentendo”(ibidem, p.190), questa asserzione è vera soltanto se non è vera. L’ultimo gruppo di paradossi è formato da quelli pragmatici che si suddividono a loro volta in ingiunzioni e predizioni paradossali.
Le ingiunzioni paradossali sono sostanzialmente dei doppi vincoli dai quali è impossibile uscirne, perché si verifichino è necessario che ci siano questi elementi:

1. Una forte relazione complementare.
2. Entro lo schema di questa relazione, viene data un’ingiunzione che deve essere obbedita ma deve essere disobbedita per essere obbedita.
3. La persona non è in grado (…) di dissolvere il paradosso commentandolo, cioè metacomunicando su di esso. (ibidem, p.192).


Esempi di ingiunzioni paradossali sono affermazioni come: “sii indipendente!”, “sii spontaneo!”, “non essere così ubbidiente!”. Le parole “sii indipendente” sono una contraddizione in termini, in quanto se una persona si comporta in maniera indipendente non sottostà a un’altra, quindi per soddisfare l’ordine bisogna disubbidirlo. Lo si comprende meglio con la frase: “non essere così ubbidiente”, per fare ciò che è richiesto bisogna ubbidire, quindi il contrario di ciò che si afferma. L’accezione “sii spontaneo” è anch’essa paradossale, perché la spontaneità non può essere richiesta, ma è insita o meno nell’individuo, quindi su pretesa sarebbe simulazione di spontaneità, il contrario di ciò che si chiede. In tutti i casi la persona è presa in un doppio vincolo di non facile soluzione.
Le ingiunzioni paradossali le ritroviamo anche in Alice nel Paese delle Meraviglie quando, durante il processo il Re disse al Cappellaio Matto:

“Fai la tua deposizione, e non agitarti o ti faccio giustiziare là per là.” Le parole del Re non furono di grande incoraggiamento per il teste, che cominciò ad ondeggiare da una parte all’altra, fissando con estremo disagio la Regina e tutto confuso diede un gran morso alla tazza anziché alla fetta di pane imburrato” (Carroll, 1865/1995, p.92-93).

La reazione del Cappellaio è indicativa rispetto a come si possa sentire una persona presa in un doppio legame, in cui la confusione è una costante, soprattutto in un caso come questo, dove il non agitarsi è collegato all’essere giustiziato, è impossibile non essere agitati in tal situazione. Nel medesimo processo si presenta un’ulteriore situazione paradossale:

“La scrittura è quella dell’imputato?” domandò un altro giurato. “No non lo è disse il Coniglio Bianco”, “e questa è la cosa più strana di tutte.” (I giurati sembrarono tutti perplessi.) “Deve aver imitato la scrittura di qualcun altro”, disse il Re. (I giurati si rasserenarono.) “Con licenza di vostra Maestà”, disse il Fante “Non l’ho scritta io e non posso dimostrare che l’abbia fatto: non c’è nessuna firma”. “Se non l’hai firmata”, disse il Re, “le cose si complicano ancora di più per te. Evidentemente avevi cattive intenzioni, altrimenti avresti scritto il tuo nome, come qualsiasi persona onesta”. A queste parole ci fu un applauso generale. (Carroll, 1865/1995, p.97).

Il Re pur di negare l’estraneità del Fante nello scrivere la lettera, costruisce delle spiegazioni del tutto irragionevoli: per prima cosa, crede che abbia imitato la calligrafia di qualcun altro, secondariamente, che la mancanza della firma costituisca la prova che l’imputato abbia avuto cattive intenzioni nello scriverla. Ben si comprende come da questa situazione sia impossibile districarsi, perché qualsiasi cosa si dica verrà ribaltata contro il teste.

Doppio legame
“Il double bind è una situazione di indicibilità, quando la cornice si rompe, quando l’ordine e l’immaginario entrano in collisione, lì ha luogo il double bind. Viene definito in prima battuta come un conflitto tra il messaggio analogico (l’immaginario) e il messaggio digitale (il simbolico), con la conseguente difficoltà a codificare quale dei due abbia validità.” (Barbetta, 2007, p.99).

Nella comunicazione quotidiana siamo sommersi da doppi vincoli e paradossi, che le persone ci pongono e che noi poniamo loro, consapevolmente o meno. Le reazioni che si possono avere in situazioni paradossali sono diverse: possono scatenare umorismo, gioco, creatività, ma a volte confusione e perplessità, quando ci accorgiamo che i nostri messaggi analogici o digitali, non sono stati compresi dall’interlocutore, o peggio, sono stati fraintesi. Quello che si intende sottolineare, è che la genesi della schizofrenia non si riscontra nella perpetrazione di messaggi paradossali, idea abbandonata dallo stesso Bateson, innegabile è però che questa comunicazione caratterizzi la vita del paziente schizofrenico, e con alcuni esempi vorrei dimostrare come, anche Alice sia stata vittima di tale modalità interattiva.

Qui di seguito abbiamo un esempio clinico riportato da Bateson, il quale descrive una situazione paradossale venutasi a creare tra la madre e il figlio ricoverato in clinica per problemi legati alla schizofrenia:

“Un giovanotto che si era abbastanza ben rimesso da un accesso di schizofrenia ricevette in ospedale una visita di sua madre. Contento di vederla, le mise d’impulso il braccio sulle spalle, al che ella s’irrigidì. Egli ritrasse il braccio e la madre gli domandò: ‘Non mi vuoi più bene?’ Il ragazzo arrossì e la madre disse ancora: ‘Caro non devi provare così facilmente imbarazzo e paura dei tuoi sentimenti’. Il paziente non poté stare con la madre che per pochi minuti, ancora, e dopo la sua partenza aggredì un inserviente e fu messo nel bagno freddo.” (Bateson, 1956/1976, p.259-260).

Questo episodio, mette in evidenza che la madre fraintende l’atteggiamento del figlio di portarle il braccio sulle spalle, tant’è che la donna si irrigidisce, il figlio capendo il messaggio analogico della madre si ritira. La frase detta in seguito dalla signora “Non mi vuoi più bene?” squalifica la discriminazione dei messaggi del figlio, rincarando la dose con l’aggiunta di: “Caro non devi provare così facilmente imbarazzo e paura dei tuoi sentimenti.”

Chi non comprende i messaggi o non li vuole comprendere è la madre, non il ragazzo, che per la particolare posizione da lui occupata non può metacomunicare su questo, tanto da non dire a sua madre che è lei ad aver paura dei suoi sentimenti, è che è lei a non voler essere abbracciata. Chiunque di noi in una situazione come questa si sarebbe innervosito e avrebbe cercato di uscire dalla posizione di doppio vincolo ribellandosi alla descrizione degli eventi portata dalla donna. Il soggetto non può farlo per lo stretto legame che caratterizza il rapporto con la madre e l’unica ribellione, inutile e controproducente, è aggredire un inserviente con conseguente punizione, quando sarebbe bastato dire alla madre:“Non è vero!” .

Alice come il nostro paziente affronterà un episodio simile, con la differenza che non essendo schizofrenica ne uscirà un po’ confusa e perplessa, ma non si dovrà ricorrere, nel suo caso, a nessun bagno freddo:

“Alice: “Sono abbastanza contenta di stare qui…solo che ho tanto caldo e tanta sete!” ‘So cosa ti piacerebbe!’ disse la Regina con gentilezza, tirando fuori da tasca una scatoletta. ‘Vuoi un biscotto’? Alice pensò che non sarebbe stata educazione dire ‘No’, benché un biscotto non fosse affatto quello che desiderava. Sicché lo prese, e fece del suo meglio per mangiarlo rapidamente (…) ‘Vuoi un altro biscotto?’ ‘No grazie, disse Alice: ‘Uno mi basta proprio!’ ‘La sete si è calmata spero?, disse la Regina. Alice non sapeva cosa rispondere.” (Carroll, 1871/1995, p.122).

Ora mostrerò l’esempio, tratto da Gragory Bateson, di un’interazione tra una madre ed il suo bambino:
“Se la madre comincia a provare ostilità (o affetto) nei confronti del figlio e contemporaneamente si sente spinta a ritirarsi da lui, potrebbe dirgli “Va a dormire, sei stanco e voglio che ti riposi”. Questa frase apparentemente affettuosa tende a negare un sentimento che potrebbe essere espresso con queste parole: “Va fuori dai piedi, perché sono stufa di te”. (Bateson, 1956/1976, p.256).

In questi due esempi si riscontra chiaramente come l’intenzionalità dell’altro non abbia alcuna importanza per l’interlocutore, nel primo esempio Alice ha sete e le viene offerto un biscotto, ciò che ci si aspetta quando si ha sete è ricevere un bicchiere d’acqua, se ciò non avviene, almeno si spera non ci venga offerto del cibo, ma ancora più ci lascerebbe sconvolti se il nostro interlocutore pretendesse ci fosse passata la sete tramite un biscotto. Quand’è che una situazione di questo tipo si verificasse nella nostra vita, ci faremmo dell’ironia, raccontando agli amici la nostra disavventura. Immaginiamoci però, un bambino al quale, ogni qual volta abbia sete, gli venga offerto qualcosa di diverso rispetto a ciò che soddisferebbe il suo bisogno, con il tempo avrebbe dei dubbi sulla capacità di discriminazione dei propri stati interni.

Ciò lo si evince meglio nel secondo esempio, dove il figlio pur non essendo stanco viene mandato a letto. Le soluzioni che gli si presentano sono le seguenti: potrebbe discriminare correttamente il metamessaggio della madre e quindi dovrebbe considerare che la mamma non lo voglia più vicino a sé e che sia stanca di lui, ulteriormente dovrebbe affrontare l’idea che la madre lo stia ingannando facendogli credere di essere stanco. Per evitare questa situazione sconveniente, al bambino non resta altra alternativa che accettare ciò che dice la madre e andare a dormire, per paura di perdere il suo affetto.

L’Altro, che corregge continuamente l’intenzionalità dello schizofrenico, secondo Barbetta (2007) non è una persona reale, ma una funzione linguistica, cioè il fraintendimento. Infatti se l’Altro si comportasse con intenzionalità non si tratterebbe solo di abuso linguistico.
“Il doppio legame è la conseguenza di un abuso di empatia, quando l’Altro nell’attribuirmi, le sue intenzioni come mie, esercita una correzione sintattica delle mie intenzioni” (Barbetta, 2007, p. 142).

A tal proposito è utile riportare un esempio tratto da “Alice attraverso lo specchio magico”:

“La regina disse ad Alice: “Non hai osservazioni?” ‘Io…io non sapevo di doverne fare, proprio adesso’, balbettò Alice.
‘Avresti dovuto dire’, proseguì la Regina in tono profondo di rimprovero ‘È estremamente gentile da parte vostra dirmi tutto questo, comunque immagineremo che tu l’abbia detto.” (Carroll, 1871/1995, p.123).


La Regina avrebbe desiderato che Alice le porgesse dei ringraziamenti, e le fa notare che avrebbe dovuto farlo, fin qui nulla di particolarmente strano, ciò che è da sottolineare è la frase “comunque immagineremo che tu l’abbia detto”. Il gradire ringraziamenti non significa che gli altri debbano farne e soprattutto immaginare di averli ricevuti è attribuire un’intenzionalità all’interlocutore che non ha in quel momento.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il mondo di Carroll e la schizofrenia. Confronto tra il comportamento schizofrenico e le opere di Lewis Carroll

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Informazioni tesi

  Autore: Elena Pescarzoli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bergamo
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia Clinica
  Relatore: Pietro Barbetta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 111

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