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Mass media e panico morale: percezione e rappresentazione dell'insicurezza in una società del rischio

Panico morale oggi

Quando dobbiamo trattare il fenomeno del panico sociale odierno è interessante riprendere il pensiero di Jenks (2011) che suggerisce l’inizio di una nuova era di individualizzazione, un’era in cui la paura della libertà è stata sostituita dalla paura di ogni tipo di contenimento collettivo. Il concetto di panico morale, con il suo nucleo di preoccupazioni che sfidano le reazioni eccessivamente conservatrici a comportamenti non regolamentati che escono dai limiti degli ideali tradizionali di nazione, famiglia, comunità e impresa - in particolare quando tale comportamento coinvolge sesso, intossicazione, indolenza o l’immigrazione - può essere visto come legato alle sue origini tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70, un periodo in cui le trasgressioni personali di qualsiasi tipo venivano viste dall’establishment come una minaccia per il tessuto della società.

Pertanto, le esplosioni contemporanee di indignazione morale sull’egoismo di particolari individui o gruppi possono essere sempre di breve durata poiché il carattere molto collettivo di tale indignazione di massa non può essere sostenuto in un ambiente di intenso individualismo. La nostra attenzione non viene solo persa quando un problema non ci riguarda personalmente, ma anche l’impegno collettivo in tale indignazione perde della propria forza. Come sottolineano Cohen (1972) e Young (1971), quando quattro decenni fa hanno usato il termine panico morale per descrivere le reazioni alle trasgressioni culturali giovanili, sono state fatte affermazioni molto simili alla rottura delle identità collettive e sull’aumento dell’individualismo egoista.

I teorici in questo campo hanno da tempo riconosciuto il carattere limitato dei panici morali come tentativi di tenere insieme un ordine collettivo che proclama in modo permanente la propria scomparsa di fronte ai "barbari alle porte". In quanto tale, la questione del se un declino della collettività in generale, e della collettività morale in particolare, rappresenti una nuova realtà o solo una realtà eternamente ricorrente rimane aperta. Nonostante ciò, oggi assistiamo ad un aumento di panici morali riconosciuti, con sempre più attori che assumono il ruolo di imprenditore morale e più spazio mediatico che viene messo a disposizione per diffondere le loro opinioni.

Nonostante esistano voci contrarie che sostengono come il panico sia più difficile da costituire rispetto al passato (McRobbie e Thornton (1995)) poiché i demoni popolari oggi sono meno emarginati di quanto non fossero una volta, Thompson parla di ”crescente rapidità nella successione dei panici morali” e di “pervasiva qualità del panico che contraddistingue l'era attuale”. (Thompson, 1998: 2). E Jenks (2011) suggerisce che tali esplosioni di panico sono diventate sempre più di breve durata. Questo crea più spazio per una proliferazione di panici che si verificano in rapida successione. Già a partire dalla metà degli anni ‘80 in particolare, le nuove angosce sociali nelle società industriali avanzate si sono sviluppate intorno a questioni nucleari, chimiche, ambientali, biologiche e mediche. Non sorprende che le preoccupazioni ecologiche siano salite in cima all’agenda pubblica alla fine degli anni ‘80 (Dunlap e Scarce 1991).

Beck (1992, 1995) definisce questi nuovi siti di ansia sociale sotto il concetto di una società del rischio, ovvero una società consapevole dei rischi, che divengono conseguenze negative di decisioni evitabili che sembrano calcolabili (ma che rimangono imprevedibili) e di una perdita della stabilità che caratterizzava la società in quanto tale; le conseguenze sono una pervasione di insicurezza nei vari riti di passaggio della vita, quali percorso di educazione, passaggio dal mondo del lavoro e la costruzione della famiglia, autodefinizione in termini di classe, genere e etnicità.

Morena Tartari (2012) afferma:
“Nel momento in cui vengono messe in discussione le risorse degli individui utili ad autodeterminarsi, necessariamente ciò produce alti livelli di ansia e insicurezza così che la vita diventa meno certa.” (Tartari, 2012).

Il concetto di rischio diventa produttivamente collegato alla sociologia del panico morale; una parte dello spazio sociale un tempo occupato dai panici morali è ora pieno di ansie, insicurezze e paure, nutrite da specifici rischi: l’emergere delle nuove tecno-ansie, panici per l’alimentazione, per la sicurezza del viaggiare, per la paura del terrorismo internazionale etc. E il rischio non si riferisce alla grezza informazione circa cose o fatti spiacevoli o pericolosi, ma al modo in cui valutare questi fatti, classificarli e reagire ad essi.

Questi fatti presentano determinate caratteristiche:

1) sono molto complessi in termini di causalità;
2) sono imprevedibili e latenti;
3) non limitati da tempo, spazio o classe sociale (cioè globalizzato);
4) non rilevabili dai nostri sensi fisici;
5) sono il risultato di decisioni umane, essendo oggi la natura intrisa completamente di tecnicità umana (Ali, 1999).

La consapevolezza dei rischi genera insicurezza, l’insicurezza genera ansia sociale. E infatti ciò che si osserva oggigiorno è un’estensione dell’insicurezza globale: un’incertezza senza un’origine precisa e definita; negli anni precedenti, questo compito era stato assolto dalla criminalità comune, oggi da fenomeni legati alla globalità, in particolare gli immigrati, il terrorismo, il clima (ciò permette di spostare la causa oltre i propri confini).

Questo brano è tratto dalla tesi:

Mass media e panico morale: percezione e rappresentazione dell'insicurezza in una società del rischio

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Informazioni tesi

  Autore: Andrea Caddeo
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2017-18
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Magistero
  Corso: Scienze e tecniche psicologiche
  Relatore: Matteo Valdes
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 65

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