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Gli Umiliati nell'area tosco-emiliana

Il valore spirituale del lavoro per gli Umiliati

La regola Omnis boni principium, del Primo e Secondo Ordine, non dedica un capitolo specifico al tema del lavoro, ma lo inserisce nel contesto della preghiera, che scandiva le giornate dei religiosi. Il capitolo XVI, ad esempio, si intitola: Quid agere debeant post primam; l’ora liturgica prima, abolita dalla riforma del Concilio Vaticano II, veniva celebrata dai chierici e dai religiosi attorno alle ore sette del mattino. Terminata la preghiera,

vadant ad opus sibi iniunctum ut ratio prestat, custodientes sibi silentium, nihil aliud loquentes nisi de ipsa arte et hoc necessitate cogente […]. Memores sint semper apostolici sermonis: Qui non laborat non manducet et profete dicentis: Labore manuum tuarum quia manducabis beatus es et bene erit. Nullus omnino sine prelati licentia vel eius qui vicem eius tenet opus sibi iniunctum intermittat aut aliud incipiat, nisi evidens necessitas compellat.

Il lavoro è visto, dunque, come beatitudine, fonte di bene materiale (manducet) e spirituale (beatus es); è indicato come santificante lavorare con le proprie mani.
Il capitolo seguente, pur imponendo ai religiosi l’officiatura delle altre ore liturgiche, tertia, sexta e nona, dispensa dal recarsi in chiesa, in ragione dell’attività lavorativa:

Ad tertiam, sextam, nonamque in suis horis pulsante signo festinanter ad oratorium vel ad ecclesiam conveniant, relictis laboribus qui in minibus
habentur, ita tamen ut non pereant [corsivo nostro] et si longe aliquis ab ecclesia fuerit vel ab oratorio ut ad opus Dei per horas canonicas occurrere non possit, agat opus Dei cum timore divino ubi tunc fuerit.


Oltre all’orario di lavoro quotidiano, obbligatorio per tutti, è previsto un tempo indefinito di lavoro facoltativo, dopo compieta e dopo il mattutino, quindi nel cuore della notte: «Post nocturnum fratres cuncti aut orent vel operentur qui queunt laborare vel in lectulis suis quiescant».
Paolini, nel suo studio sul lavoro delle suore umiliate, osserva: «La centralità del lavoro nella spiritualità del movimento umiliato si coglie nella traduzione pratica di ideali religiosi in precise norme che rendono la sua organizzazione scrupolosamente metodica».
Anche gli interventi di Gregorio IX ed Innocenzo IV, che dispensavano dalla clausura e dal digiuno particolarmente severo, specialmente in estate, vengono incontro all’esigenza di poter lavorare di più e meglio.
Se dalle Regole non possiamo desumere a quali lavori gli Umiliati dovessero dedicarsi, la tradizione storiografica li ha sempre associati alla lavorazione della lana, come sottolinea anche S. M. Brasher: «In business transactions they were identified as brother weavers and their presence in the wool industry was confirmed by evidence of a lower grade, undyed, woolen cloth that bore their name, panno umiliato».
Nella voce del Dizionario degli Istituti di perfezione, Ambrosioni apriva il paragrafo dedicato alle attività lavorative degli Umiliati proprio con l’arte della lana, essendo quella più documentata:

Il più noto campo d’azione degli Umiliati è certo quello della produzione e del commercio dei panni di lana, di qualità corrente e non tinti, che venivano venduti a basso prezzo ai meno abbienti. A tale attività si ricollega un altro nome con cui erano chiamati gli Umiliati: cioè “berettini della penitenza”, appunto dai panni bigi, non tinti (berettini), di cui essi stessi in origine si vestivano.

Varie sono le questioni ancora aperte sul rapporto tra Umiliati e industria della lana, per esempio se i religiosi fossero già tessitori prima della nascita dell’Ordine oppure se siano divenuti tali in seguito. Grundmann, Epstein, Bolton sostengono che fu l’industria tessile a fornire agli Umiliati le abilità e un modico capitale, divenendo una scelta attraente per un gruppo di religiosi impegnato a vivere con il lavoro delle proprie mani.

Lo storico che ha studiato gli Umiliati soprattutto come lavoratori della lana è senza dubbio Zanoni. Egli, dando rigore di scientificità o smentendo clamorosamente molte tradizioni o assunti che venivano dati per scontati, ha posto le basi per tutto il dibattito storiografico successivo.
Per Zanoni il lavoro manuale degli Umiliati veniva praticamente a coincidere con l’industria della lana, sebbene lo studioso riporti solo pochi documenti che legano il nostro Ordine al lanificio, ovvero i contratti di compravendita dei loro prodotti. Anche per Brolis la presenza degli Umiliati nel lanificio è sottorappresentata dalle fonti disponibili.

Secondo Brasher la tesi di Zanoni ruotava attorno al fatto che «the Humiliaty were founded and developed contemporaneously in the same northern Italian region with the wool industry, the primary industry of the area». Dobbiamo tuttavia riconoscere che Zanoni ha preso le distanze dalla vulgata tiraboschiana che attribuiva agli Umiliati il merito della rinascita del lanificio in Italia.
Secondo Brasher, un altro nodo fondamentale della tesi di Zanoni è che «the Humiliati’s developed in opposition to the restrictive, elitist wool industry», cosa che giustificherebbe la bassa estrazione sociale dei primi membri dell’Ordine. Questa è anche un’altra questione aperta dallo studioso milanese; per Grundmann, invece, la scelta di produrre panni per i più poveri non significa che tali fossero anche gli Umiliati.

Altro problema sollevato da Zanoni è la localizzazione delle domus umiliate, ovvero se vi fosse una coincidenza tra l’espansione dell’Ordine e i centri di produzione e di vendita della lana in Italia.
Anche il lento ma inesorabile declino dell’Ordine, soprattutto da un punto di vista spirituale, sarebbe legato al processo di sviluppo dell’industria della lana. Secondo Zanoni, il buon andamento del lanificio sino alla fine del Duecento fu la causa della fine del lanificio stesso:

Arricchitesi le singole case e fissate le loro sostanze in terreni che davano pingui redditi mancò a quegli uomini ogni sprone all’attività. Sempre più avanzatisi l’evoluzione dell’ordine verso le forme clericali, i frati si ritrovarono canonici, ai quali non mancavano più e più ragioni per attutire gli impeti commerciali, cioè i canoni della Chiesa che vietano la mercatura, la paura del rischio, la laboriosa concorrenza.

Ma le cose stanno proprio in questi termini? Marco Lunari, ormai più di venti anni fa, ha tirato le fila dello status quaestionis sulla storia dell’Ordine tra i secoli XV e XVI, che la tradizione ha sempre bollato come i secoli del declino. Secondo lo studioso, l’equazione tra sviluppo del patrimonio fondiario e il declino spirituale e morale degli Umiliati che iniziò a manifestarsi già nel Trecento è troppo semplicistica:

Solitamente è proprio durante il periodo di espansione e di piena vitalità di un movimento o di un ordine, quando affluiscono più ricche e numerose le donazioni e le offerte dei fedeli, che si costituisce un ingente patrimonio fondiario, e, al contrario, è nei periodi di decadenza morale e spirituale che questo va disperso. […] Recenti ricerche hanno ampiamente dimostrato come la costituzione del patrimonio fondiario vada retrodatata al XIII secolo.

Quindi, secondo Lunari, se lo sviluppo del patrimonio fondiario fosse stata veramente la causa della decadenza degli Umiliati, questa si sarebbe dovuta verificare già nel Duecento, che invece è unanimente riconosciuto come il secolo del loro maggior splendore, anche dal punto di vista spirituale. Questo porta a rivedere non solo il tradizionale nesso di causa-effetto tra arricchimento e crisi dell’Ordine, ma anche la dicotomia tra attività laniera da una parte e gestione del patrimonio fondiario dall’altra, visti come momenti successivi nella storia degli Umiliati, caratterizzanti rispettivamente la loro fase iniziale e la loro decadenza. Se poi certamente vi fu, nel corso del XIV secolo, un progressivo abbandono dell’attività laniera da parte degli Umiliati, bisogna chiedersi quanto ciò fu dovuto alla perdita della concezione penitenziale del lavoro e alla progressiva clericalizzazione dell’Ordine e quanto invece alla grave crisi economica e demografica che colpì quel secolo.
Vogliamo allora analizzare le questioni sopracitate facendo una sorta di percorso attraverso le principali città dell’Emilia-Romagna prima e della Toscana poi, dove gli Umiliati erano insediati. Prima ancora, però, è necessario dare un breve sguardo d’insieme all’industria della lana in Italia al tempo degli Umiliati, in particolare alla sua diffusione e alle varie fasi del processo produttivo.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Gli Umiliati nell'area tosco-emiliana

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Informazioni tesi

  Autore: Paolo Rencinai
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2014-15
  Università: Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano
  Facoltà: Scienze Religiose
  Corso: Scienze Religiose con indirizzo Pedagogico
  Relatore: Renato Mambretti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 180

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