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La politica estera statunitense durante le amministrazioni Clinton: analisi teorica e storica

Le reazioni dell'opinione pubblica negli Stati Uniti

E' interessante notare che il già scarso sostegno popolare alla missione non si ridusse sensibilmente: sempre secondo i dati raccolti da ABC News, infatti, ora erano, su cento, ventotto i cittadini americani che avrebbero lasciato ancora in Somalia le truppe - soltanto tre di meno quindi rispetto alla precedente rilevazione -, quelli senza opinione erano otto mentre in trentasette avrebbero richiamato indietro subito i soldati, in venticinque entro la fine del 1993 mentre fra gli ultimi due, infine, uno non aveva opinione e l'altro li avrebbe lasciati in Somalia anche dopo la fine dell'anno.

La conseguenza che si può trarre da questi dati è che bisogna interpretare il massacro di Mogadiscio come la causa ultima, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, per un'opinione pubblica che viveva in maniera molto tesa la situazione. Infatti, le vere ragioni per cui Clinton e il suo staff si erano alienati l'appoggio degli americani risiedevano in questioni più generali e datate: finché i soldati americani erano a difesa del popolo somalo, e il loro obiettivo primario era distribuire cibo ai cittadini che morivano di inedia e cercare di contenere l'esodo della popolazione verso il Kenya, essi agivano per ragioni umanitarie e la missione era fortemente sostenuta, anzi gli americani erano ben disposti a vedere l’US Army perpetrare una missione così nobile; i cittadini statunitensi accettarono quindi anche la missione UNITAF che aveva come obiettivo ultimo quello di mettere in condizione i peacekeepers di salvare la popolazione dalla morte per fame, una situazione che all'inizio degli anni '90 era chiaramente inconcepibile per i modelli sociali occidentali.



Dopo dodici anni in cui le amministrazioni Reagan e Bush avevano agito in base ai principi del realismo ed essendo appena usciti vincitori dalla Guerra fredda, per molti americani era giunto il momento di fermarsi e dedicare del tempo alla soluzione dei propri problemi interni, in particolare la crisi economica che aveva colpito il paese in quegli anni e che, di fatto, era costata la rielezione a Bush. Alla luce di ciò, l’ampliamento della missione in Somalia oltre agli scopi umanitari iniziali generò grande malumore all'interno dell'opinione pubblica americana, in particolare, come si è visto, ciò che di meno piacque ai cittadini degli Stati Uniti fu la volontà di instaurare un regime democratico e stabile, andando quindi anche oltre alle richieste con cui le Nazioni Unite avevano lanciato inizialmente la United Nations Operation in Somalia. E questa implementazione dei fini è da attribuire esclusivamente alla volontà del nuovo governo democratico.

Va inoltre anche notato che pure il Congresso, prima della strage, era nettamente favorevole al disimpegno militare. Bisogna ricordare che nel 1993 sia il Senato sia la Camera erano a maggioranza democratica, 57 senatori per il Partito Democratico, 43 per il Grand Old Party, mentre alla Camera dei rappresentanti i democratici sfioravano il 60% del numero totale di congressmen. Facendo affidamento ai dati di ABC News risultava quanto segue: il 34% dei democratici era d'accordo col governo nel mantenere le truppe in Somalia, il 55% invece le avrebbe richiamate e l'11% era senza opinione; per quanto riguarda invece il Partito Repubblicano, il 33% dei deputati avrebbe lasciato continuare la missione, il 59% no, l'8% non si esprimeva. È interessante riportare due citazioni dirette di due senatori che così si espressero dopo i fatti del 3 ottobre: il democratico Robert Byrd, eletto in West Virginia, disse che ”the credibility (degli Stati Uniti) will not be expolded if we take our troops out of Somalia, because our strategic interests are not involved there”; più risoluto e drastico fu invece il repubblicano del Kentucky Mitchell "Mitch" McConnell secondo il quale il ”creeping multilateralism died on the streets of Mogadishu”. Sommerso dalle forti critiche e pressioni, il segretario della difesa Les Aspin si vide costretto a presentare le dimissioni il 3 febbraio del '94 e sarà sostituito in questo incarico da William Perry, ma verrà reintegrato nello staff presidenziale nel maggio del 1995 come capo del Consiglio consultivo di intelligence del presidente.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La politica estera statunitense durante le amministrazioni Clinton: analisi teorica e storica

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Informazioni tesi

  Autore: Ludovico Banova
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Trieste
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Giulia Caccamo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 155

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