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Il PCI e il dibattito sull'aborto: protagonista o attore comprimario? 1979-1981

L'esito del referendum: la vittoria dei "no"

Pochi giorni prima della votazione referendaria, che si sarebbe svolta il 17 e 18 maggio 1981, l'opinione pubblica venne drammaticamente scossa dall'attentato a Papa Giovanni Paolo II per mano di un killer turco appartenente ad un gruppo di estrema destra. L'evento portò gli italiani a votare in un clima più pacifico rispetto a quello che caratterizzò la campagna referendaria. Le polemiche erano smorzate dall'apprensione e preoccupazione per le sorti del Pontefice, che coinvolgevano moltissime persone.

Tra gli italiani che andarono a votare, inoltre, si registrò un calo di votanti, rispetto ai referendum abrogativi del 1978, del 4,3 %.

L'emozione per l'attentato contro il pontefice, non fu però sufficiente a rinsaldare i legami di obbedienza alla Chiesa degli italiani, che nonostante il riflusso, non tornarono indietro sulla strada della laicizzazione della società. I risultati dei referendum mostrarono la netta vittoria dei “no” e quindi il successo del fronte per la difesa della legge 194. Il quesito referendario del Mpv raggiunse il 67,9% dei “no” e quello dei radicali l'88,5%. I sì rappresentavano appena il 32,1%. Le regioni con le più alte percentuali di “no” al referendum dei radicali furono Umbria (93,1%), Toscana ed Emilia-Romagna (92%) e Marche (90,6%); contro il referendum proposto dal Movimento per la vita le percentuali più alte erano in Val D'Aosta (77,3%), Umbria (76,9%) e ancora Emilia-Romagna (76,8%).

Di fronte ai risultati elettorali, i comunisti elogiarono la “vittoria della ragione”. Il comunista Tatò espose a Berlinguer una riflessione: secondo Tatò la vittoria dei no (quasi il 70%) raggiunta anche con il merito del Pci, nonostante alcuni compagni, tra cui Bufalini e Verdini, avessero espresso un giudizio contrario, era sicuramente un buon segnale da una parte, ma dall'altra contribuiva alla diffusione della pratica dell'aborto. Secondo Tatò l'errore della Chiesa durante la campagna per il referendum, fu di ripetere costantemente il richiamo all'ubbidienza dei fedeli. Da qui il comunista Tatò presentò una tesi secondo la quale o il Pci recepiva la necessità di una politica “unitaria” con il mondo cattolico laico considerando fino in fondo che il Psi “era cambiato, diverso, ambiguo”, oppure avrebbe perso la grande occasione di diventare il protagonista politico dei giorni futuri.
Berlinguer, dopo i risultati del referendum, affermò che la vittoria dei “no” era un caso esemplare che indicava la direzione verso la quale la politica nei confronti della questione femminile, dovesse mutare. I risultati furono la prova della determinazione della donna a rivendicare la propria autonomia e libertà nella decisione di essere madre o meno, e della volontà della società di non lasciare sole le persone di fronte ai problemi umani.

Dopo il referendum, la deputata comunista Nilde Jotti, intervistata da “Rinascita”, definì la vittoria del “no” al referendum “un'adesione critica, e non passiva, alle scelte delle istituzioni”. “C'è la ricerca di un rapporto reale con le istituzioni”. Secondo la Seroni, infatti, il referendum fu una chiara indicazione che malgrado tutto il paese si riconosceva nel parlamento e nelle sue leggi. Per Adriana Seroni, la Chiesa non poteva evitare di “prendere atto e di confrontarsi con le trasformazioni sociali e culturali espresse dal voto”. Ora, continuava la Seroni, “c'è tanto da fare” per migliorare la legge e farla applicare e rispettare. La vittoria dei “no” confermò quindi il dinamismo dei movimenti per i diritti civili e dei movimenti femminili, e la sconfitta del mondo cattolico intransigente e della Chiesa. Secondo Scirè, ciò permise anche alle sinistre di rafforzarsi simbolicamente, anche se dal punto di vista elettorale non ci furono molti progressi. Il referendum mostrò anche la debolezza della classe politica e l'eccessiva politicizzazione e coinvolgimento dei partiti, durante la campagna referendaria. A venire danneggiata era la Dc, che fu costretta a subire una prova che avrebbe preferito evitare (reduce dal referendum sul divorzio). Il voto cattolico e quello radicale, si ridusse al 32,1% (quasi dieci punti in meno del 1974) sul referendum per il divorzio.

Il 22% di astensionismo al voto dimostrò quanto la percezione della politica fosse cambiata: il cambiamento, già iniziato nel U74 con il referendum sul divorzio, spostava la prospettiva basata sull'organizzazione dei movimenti, a quella individualistica della scelta di coscienza contro quella ideologica, acutizzando così il processo di “crisi della politica”. Era in particolare nel Mezzogiorno che si aveva un'alta percentuale di astensionismo. Il referendum fu quindi un test dei processi di secolarizzazione in atto nel paese perché dimostrava la scomparsa di una società fondata sui valori cristiani. “I no c'era da aspettarseli”, scrive Cecchi su “Rinascita”, “ma non in questa misura” e “l'omogeneità del voto dimostra quanto sia mutata l'Italia”. La Chiesa fu quindi la vera sconfitta del referendum, e il referendum confermò che la presenza della Chiesa nel paese era minoritaria e la Dc non bastava più a garantire la stabilità del mondo cattolico. Una vera e propria “svolta per il pontificato”. Il processo di secolarizzazione aveva raggiunto il suo culmine e tutta la vicenda della regolamentazione dell'aborto fu la prova del cambiamento della storia politica italiana. Cambiamento che iniziò con la fine della solidarietà nazionale. Il referendum fu quindi uno “spartiacque che apriva il paese a scenari del tutto nuovi ed ancora imprecisati”. Come sosteneva Barca, “la maggioranza dei no al referendum è un fatto di portata storica destinato a incidere ben oltre la questione specifica ed è una vittoria piena delle donne, per le donne”.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il PCI e il dibattito sull'aborto: protagonista o attore comprimario? 1979-1981

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Informazioni tesi

  Autore: Patricia Bertoux
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Alba Lazzaretto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 97

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