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Sovrappopolazione e collasso ambientale

Il pianeta morente

L’impatto ambientale dei pesticidi si aggiunge alle presunte conseguenze drammatiche per la nostra salute. Contrariamente a quanto si crede, il suolo non è composto da rocce e ammassi organici, ma contiene miliardi di piante e animali fondamentali per la sua salute e fertilità. I pesticidi uccidono tutto questo tanto da impedire a lungo andare una uguale produttività agricola.

Ehrlich sostiene che nel lungo periodo la progressiva distruzione ambientale può causare più morte e miseria di qualsiasi gap popolazione/cibo. Sia perché l’offerta diminuisce, sia perché il cibo prodotto potrebbe essere avvelenato.
I piani per aumentare l’offerta di cibo richiedono sforzi troppo grandi da parte della natura; l’uomo ha già mandato in estinzione troppe specie animali e vegetali; non se ne preoccupa perché non ne conosce i rischi. In realtà la perdita di biodiversità, oltre a provocare estinzioni di massa, che solo milioni di anni servirebbero per recuperare, spaventa molto gli ecologisti per il fatto che perturbare gli ecosistemi significa renderli vulnerabili a qualsiasi shock esterno e togliere loro la capacità di resistervi.

Ma non solo. Quando si distrugge la biodiversità si perdono infiniti strumenti che potrebbero aiutare l’uomo nella battaglia contro la fame: secondo l’autore solo pochissime delle duecentocinquantamila specie di piante sono state studiate come possibili da coltivare, esistono molte altre possibilità nella biblioteca genetica, ma la distruzione minaccia di eliminare per sempre qualsiasi possibilità di trarre vantaggio dalla natura.
Inoltre, circa un terzo dei farmaci in uso sono composti da sostanze chimiche che le piante producono per difendersi e sopravvivere. Dunque la devastazione ambientale, fra cui si aggiunge la deforestazione – che approfondirò nella seconda parte del capitolo - va di pari passo con la perdita di nuove possibili cure per le malattie degenerative.

Attenzione però, Ehrlich non sta dicendo che i pesticidi sono il male del mondo e non ha senso schierarsi dalla parte degli estremisti del “no-pesticidi-per-nessuna-ragione-al-mondo”. Riconosce che le minacce alla salute umana esistono, ma non sono estreme e immediate. È vero anche che grazie ai pesticidi tante persone hanno vissuto meglio e più a lungo, come a Ceylon dopo l’introduzione del DDT. Ma gli effetti a lungo termine rimangono una questione aperta. Sono difficili da individuare prima che il lungo termine sia passato.

Rimane, comunque, che l’umanità sta riempiendo gli oceani di miliardi di sostanze, oltre ai pesticidi, sostanze radioattive, detergenti e cosi via. Secondo Ehrlich solo una piccolissima parte di tutte queste sostanze tossiche, a cui la Terra non è mai stata abituata ad adattarsi prima d’ora, sono state testate sulla vita marina, quindi non si può sapere che interferenze abbiano con i cicli di azoto e con tutte quelle funzioni che gli oceani svolgono. Oltre ad essere una riserva immensa di cibo, l’autore ricorda che il 70% dell’ossigeno totale è prodotto dalla fotosintesi delle diatomee marine. E in più, svolgono la funzione fondamentale, insieme alle foreste, di assorbire le emissioni di Co2. Gli oceani e le foreste rendono il pianeta favorevole alla vita. Noi esseri umani lo rendiamo invece sfavorevole distruggendo la sua salubrità inquinandone la terra, l’acqua e l’aria.

Le piante, come le acque oceaniche, sono vere e proprie spugne, in grado di assorbire quantitativi enormi di emissioni e fra le tante importanti funzioni, ne svolgono una più che mai necessaria: producono l’altra grande parte di ossigeno che ci tiene in vita. Sono i polmoni della Terra. “La deforestazione è una minaccia. Ricordatevi, ogni pianta che se ne va è un contributo in meno di ossigeno e di cibo”, ricorda l’autore. (p.59)
Usare l’atmosfera come una discarica e disboscare continuamente sono una corsa verso il surriscaldamento globale. “Vogliamo continuare così e vedere che succede? Cosa stiamo guadagnando a giocare con l’ambiente come fosse una roulette russa?” (p.61)

Di questo ne siamo tutti, o quasi, a conoscenza. Ma pochi, scommetto, hanno riflettuto davvero a sufficienza sul bisogno che l’uomo ha di vivere in un ambiente pulito, ossigenato e verde. Leggere The Population Bomb è sicuramente illuminante in questo senso, adesso riesco a decifrare il senso di claustrofobia della vita di città, e nell’impressione di non riuscire ad avere abbastanza ossigeno per respirare. Il bisogno di evadere ad alta quota su monti o colline ha un suo perché, adesso: siamo programmati per vivere nell’aria pulita. È il nostro patrimonio genetico che lo richiede. Capirlo ed accettarlo non è da poco. Ehrlich fa infatti notare come l’uomo abbia da sempre provato a imitare nelle proprie abitazioni il clima e l’ambiente da cui proviene: aria calda, umida, piante e animali da compagnia fanno di una casa un ambiente più ospitale. Se ci pensiamo bene , se ce lo possiamo permettere costruiamo volentieri una piscina in giardino, compriamo una casa in campagna o ci piace andare in vacanza al mare o in montagna. Possiamo continuare ad ignorarlo, ma l’uomo necessita fisicamente e psicologicamente della bellezza della natura, dei colori e degli odori che la biodiversità ha in sé. È un bisogno genetico scritto nel nostro DNA. “Siamo più adatti a vivere in una savana , ma in quanto animali culturali ci siamo adattati alla città.” (p.61) Non posso far altro che concordare con questa ferma convinzione dell’autore. Non credo di essere l’unica a percepire un continuo bisogno d’aria e di fuga dalla città, dallo smog, dal cemento e dal frastuono per evadere verso distese verdi e pulite. Dovremmo smetterla di cancellare inconsciamente il nostro fisiologico bisogno della natura - perché è da lì che veniamo - per sostituirlo con la vita caotica del mangia-consuma-inquina. Non mi stupisce più di tanto che ci possa essere , come ricorda l’autore, una vera e propria relazione fra inquinamento e squilibri mentali.
[...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Sovrappopolazione e collasso ambientale

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Informazioni tesi

  Autore: Matilde Parietti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace
  Relatore: Francesco Dini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 122

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ambiente
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