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Interpretazioni storiografiche sulla crisi dei missili cubani

Revisionismo degli studi ortodossi

Il tono eccessivamente agiografico degli studi ortodossi ha finito per nuocere, più che per giovare, alla reputazione di Kennedy. Gli studi successivi propongono infatti un tono molto più distaccato, freddo, analitico che si differenzia nettamente dalle appassionate descrizioni dei membri della “corte” del Presidente. La sua immagine eroica viene infatti accuratamente smantellata, e viene presentato un Kennedy vendicativo, senza scrupoli, poco sicuro di sé, costantemente teso a cercare di rovesciare il regime castrista reo di aver danneggiato la sua brillante immagine di leader con l’insuccesso della Baia dei Porci.

Importante è quindi notare che le responsabilità della genesi della crisi in questa sede vengono rovesciate, e sono attribuite esclusivamente all’amministrazione degli Stati Uniti, che con le sue azioni avrebbe spinto Castro ad accettare i missili sovietici, cosa che in condizioni normali non avrebbe sicuramente fatto.

Paterson, uno dei revisionisti più critici, presenta la questione cubana come una “ossessione” per gli Stati Uniti, una vera e propria fissazione che si era generata dal momento in cui l’isola aveva conquistato la propria indipendenza. Le cause di questa ossessione furono dovute a: sfrontatezza di Castro; repentino passaggio cubano nella sfera di influenza sovietica; sfida all’egemonia statunitense in America Latina; possibilità di un contagio rivoluzionario; nazionalizzazione delle industrie americane a Cuba; riduzione del corpo diplomatico statunitense a Cuba; rottura delle relazioni diplomatiche.

Inoltre Kennedy aveva sfruttato la questione di Cuba per essere eletto, ragion per cui non poteva astenersi dal combattere il regime filo comunista che si era di li a poco formato. Tutte queste concause, unite a errori di valutazione, pressioni degli esuli cubani, urgenza di abbattere il regime prima che esso potesse consolidarsi, condussero al fallimento della Baia dei Porci. Le successive operazioni “Mangusta” e “JMWAVE” non riuscirono a spodestare Castro ma arrecarono gravi danni agli abitanti di Cuba: sabotatori manovrati dalla CIA bruciarono i campi di canna da zucchero e fecero saltare fabbriche, depositi di petrolio, ponti ferroviari, sabotarono materiali e rifornimenti spediti dall’Europa, obbligarono Castro a trascurare le questioni interne per rafforzare le difese dall’esterno.

Inoltre furono ordite senza risultati nuove trame per uccidere il leader cubano: sigari mortali, pillole, aghi, mute da sub avvelenate. Che i Kennedy sapessero o no di questi progetti, è innegabile secondo Paterson che quei piani diedero la spinta finale verso un avvicinamento di Cuba all’URSS, e in seguito verso l’accettazione dei missili nucleari. In effetti il timore di una nuova invasione, che sicuramente sarebbe avvenuta di li a poco, era una delle maggiori preoccupazioni di Castro, e la volontà di evitarla a qualsiasi costo lo avrebbe portato ad accettare il rischio di una mossa azzardata come quella dei sovietici.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Interpretazioni storiografiche sulla crisi dei missili cubani

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Informazioni tesi

  Autore: Lorenzo Amati
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze internazionali e diplomatiche
  Relatore: Mario Del Pero
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 41

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