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La simulazione nel contratto

Il ruolo della buona fede

La buona fede è il presupposto con cui la legge appresta protezione a coloro che abbiano fatto affidamento su una situazione apparente, ovvero gli aventi causa e i creditori del titolare apparente ( artt. 1415, comma 1 e 1416 comma 1, c.c.): nei confronti dei primi, la buona fede è necessaria per legittimare l’acquisizione di diritti a non domino; nei confronti dei creditori, la stessa, costituisce il necessario presupposto per l’esercizio della garanzia patrimoniale sui beni oggetto del negozio simulato.
La buona fede richiamata dal legislatore, dev’essere intesa quale ignoranza di ledere un altrui diritto, o meglio, come posizione di colui che è convinto di comportarsi in modo legittimo e di agire in conformità ad un diritto che gli spetta; sia l’ignoranza che l’affidamento incolpevole nella situazione apparente si presumono ed è sufficiente che permangano sino al momento dell’acquisto del diritto o della concreta attuazione della garanzia sui beni sottoposti ad atti esecutivi.
Non è in ogni caso agevole per le parti provare la malafede del terzo; va, infatti, ricordato che le parti della simulazione sono per definizione, d’accordo di celare il vero e creare l’apparenza destinata ad ingannare il terzo e questo loro concorde comportamento porta a richiedere, a chi voglia contestare l’iniziale ignoranza o dimostrare la sopravvenuta conoscenza del terzo di buona fede, qualcosa in più che semplici argomenti presuntivi.
Da una sentenza della Corte di Cassazione emerge in merito come, al fine di integrare il requisito della malafede del terzo acquirente dal titolare apparente, non sia sufficiente la semplice conoscenza della simulazione, richiedendosi la prova che il terzo abbia proceduto all’acquisto per effetto della simulazione: occorre poter dimostrare che quest’ultimo, accordandosi con il titolare apparente, abbia o inteso favorire il simulato alienante per consolidare, rispetto agli altri terzi, lo scopo pratico conseguito con la simulazione, ovvero abbia voluto profittare della simulazione stessa in danno del simulato alienante.
Il rigore che la legge esige in merito alla dimostrazione della malafede del terzo e, di conseguenza, alla sua conoscenza della simulazione, si spiega essenzialmente per due ordini di motivi: da un lato, per limitare i conflitti e ridurre l’insicurezza, che incidono negativamente nella circolazione dei beni e nella valutazione della garanzia generica patrimoniale dei debitori; dall’altro, per lo sfavore che la legge riserva alle parti simulanti nei confronti dei terzi in buona fede, in quanto artefici dell’apparenza che ha ingannato il terzo.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La simulazione nel contratto

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Informazioni tesi

  Autore: Francesco Dionisio
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Giampaolo Frezza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 137

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