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Essere-nel-Chiari. Corpi sofferenti, narrazioni e processi diagnostici.

Egemonia e medicalizzazione: dispositivi di senso in campo biomedico

Ho cercato di scrivere diverse versioni di questo capitolo, nel tentativo di eliminare il sapore di metallo che avvolge la rappresentazione che qui faccio dei “Chiariani percorsi” nel campo biomedico. Non penso di esserci riuscito. I motivi sono diversi, uno di questi è la necessità di rendere unitaria una dimensione sofferente che contiene traiettorie molteplici e discordanti che hanno sovente provocato in me una sensazione di impotenza nei confronti di un campo biomedico che ha iniziato a provocarmi un sottile senso di irritazione, difficile da lavare via attraverso le parole.

Un altro motivo che può avere generato il gusto metallico che ha contrassegnato la mia sfida rappresentativa di questo capitolo è che la continua ricerca di una diagnosi e di un trattamento da parte dei Chiariani, mi impone un confronto con i concetti di egemonia e medicalizzazione. Sono termini che desidero usare con la consapevolezza che non sono solo significati, ma veri e propri dispositivi di senso, contenenti al loro interno diversi atteggiamenti intellettuali, epistemologici e interpretativi, storicamente determinati (Conrad: 1992; Frankenberg: 1988).

Il fascino che esercitano queste parole si cela forse nella loro capacità di aprire prospettive apparentemente demistificanti e risolutive, nel loro essere ampi dispositivi di senso che chiamano in causa una dimensione affascinante nello strutturare percorsi nonostante il soggetto. Il pericolo che presentano si annida nel loro spingermi ad interpretare questo terzo incontro mancato come un incontro tra un astratto sistema di senso biomedico e un insieme di soggetti dominati da questo. L’irritazione progressiva della quale sono preda nell’ascoltare le storie diagnostiche e terapeutiche, potrebbe trovare il suo sfogo proprio nel dipingere uno sguardo dominante che genera vittime, un’egemonia senza padrone contro la quale bisogna lottare; ma “la stanza dei bottoni è vuota” e questa prospettiva è tanto affascinante quanto distante dal campo.
L’esigenza di rimanere invece vicini al movimento dell’esistenza scardina le semplificazioni rassicuranti – ma anche angoscianti – che questi due concetti veicolano loro malgrado. L’esperienza è sempre un fare esistenza, complice delle politiche del reale condivise o potenzialmente condivisibili (Quaranta: 1998). La complicità è anche ri-produzione. Il trattino in questo caso non è un vezzo grafico-stilistico: la distanza tra il “ri” e il “produco” è quella che rende il soggetto un potenziale creatore non-mimetico delle categorie del sociale. La creazione è trasformazione, resistenza, complicità e variazione. Non si tratta quindi di liberarsi di questi due significanti – veicoli di senso pluridirezionale – quanto piuttosto di entrarci dentro cercando di usare il loro essere dispositivi, il loro essere ispirazioni per domande da porre al campo (Csordas: 1988).

Questo brano è tratto dalla tesi:

Essere-nel-Chiari. Corpi sofferenti, narrazioni e processi diagnostici.

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Informazioni tesi

  Autore: Samuele Collu
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere
  Corso: Antropologia culturale ed etnologia
  Relatore: Ivo Quaranta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 147

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