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Il software libero nella pubblica amministrazione

I provvedimenti introduttivi dell’open source in Italia e in Europa

In Italia

Come già detto, la riforma e la continua evoluzione della Pubblica Amministrazione italiana, non poteva non considerare e quindi farsi influenzare, dal fenomeno dell’open source. Occorre capire in che modo e con quali strumenti, il legislatore ha voluto introdurre nel diritto positivo elementi di riconoscimento dell’OS, e partendo dall’approccio iniziale, con quale spirito e con quali provvedimenti ci si è rapportati all’innovazione tecnologica, culturale e filosofica del software libero.
Gia dal 2000, con un certo anticipo rispetto a molti altri paesi comunitari, il legislatore all’interno della Legge 340/2000 ed esattamente all’art. 25, stabiliva che: “Le Pubbliche Amministrazioni […] che siano titolari di programmi applicativi realizzati su specifiche indicazioni del committente pubblico, hanno la facoltà di darli in uso gratuito ad altre amministrazioni pubbliche, che li adattano alle proprie esigenze”. Tale indicazione normativa creava le premesse giuridiche per la definizione, non solo del riuso, ma, vista l’importanza della “proprietà del software“ che si andava a delineare in capo all’Amministrazione, anche del FLOSS.
Il Ministero per l’innovazione e le tecnologie creò nel 2002 una Commissione d’indagine al fine di effettuare una ricerca sullo stato dell’open source nella Pubblica Amministrazione. Il risultato di tale indagine confluì in un rapporto contenente, tra dati e analisi, alcune importati raccomandazioni, che vennero in parte recepite dalla Direttiva 19 dicembre 2003 emanata dall’allora Ministro Stanca, denominata “Direttiva sullo sviluppo e l’utilizzazione dei programmi informatici da parte delle pubbliche amministrazioni”.
Tra le varie indicazioni, essa contiene un invito espresso, rivolto alle PA, (divenuto poi un obbligo all’interno del Codice dell’amministrazione Digitale) a tener conto, in fase di acquisizione di software, anche della possibilità di ricorrere ai programmi a sorgente aperto, nel rispetto di una serie di parametri tecnico-operativi ben definiti.
Lo stesso ministro Stanca, a suffragio dell’importanza di tale direttiva, sosteneva che l’obiettivo principale era quello di “favorire l'utilizzo di prodotti informatici che promuovano il pluralismo del software nella Pubblica Amministrazione e, quindi, la possibilità di scegliere soluzioni convenienti non solo in termini economici tra quelli disponibili sul mercato, con software proprietario e con software aperto, tenendo conto che quest'ultimo consente di conformare i programmi alle nostre esigenze, mano a mano che esse si pongono, e di metterli anche a disposizione di altri".
Tra i principali contenuti della direttiva Stanca emerge l’introduzione del concetto “dell’analisi comparativa delle soluzioni”: si dispone, infatti, che le Pubbliche amministrazioni acquisiscano programmi informatici sulla base di valutazione comparativa tecnica ed economica tra le diverse soluzioni disponibili sul mercato, tenendo conto della rispondenza alle proprie esigenze, ma anche della possibilità di sviluppare programmi informatici specifici e del riuso da parte di altre amministrazione di tali programmi informatici. Tra le valutazioni di tipo tecnico ed economico vanno considerati non solo i costi di gestione delle singole soluzioni e gli eventuali costi di uscita (abbandono o sostituzione di una soluzione tecnologica), ma anche il potenziale interesse di altre amministrazioni al riuso dei software.
Inoltre, la direttiva specifica che le pubbliche amministrazioni nell'acquisto dei programmi informatici dovranno privilegiare le soluzioni che assicurino l'interoperabilità e la cooperazione applicativa tra i diversi sistemi informatici, e nel contempo, non dipendano da un unico fornitore o da un'unica tecnologia proprietaria.
Dovrà essere garantita la disponibilità del codice sorgente e la possibilità di esportazione dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto.
Per quanto riguarda la proprietà dei programmi, la direttiva dispone che, nel caso di programmi informatici sviluppati ad hoc, l'amministrazione committente ne acquisisca la proprietà dato che ha contribuito con le proprie risorse all'identificazione dei requisiti, all'analisi funzionale, al controllo ed al collaudo del software realizzato dall'impresa fornitrice. Inoltre, al fine di favorire il riuso di tali software, nei capitolati e nelle specifiche di progetto, dovrà essere previsto che i programmi sviluppati ad hoc siano facilmente esportabili su altre piattaforme e i contratti di acquisizione includano clausole che vincolino il fornitore a mettere a disposizione servizi utili alla realizzazione del riuso delle applicazioni.
Infine, la stessa direttiva specifica che il supporto alle amministrazioni per l’attuazione di tali indicazioni, venga garantito dal CNIPA, che fornirà gli adeguati supporti.
Tutto ciò ha costituito il fondamento di alcune disposizioni del Codice dell’Amministrazione Digitale, in particolare riferimento al Capo VI relativo allo “Sviluppo, acquisizione e riuso di sistemi informatici nelle pubbliche amministrazioni”.
In realtà, per diversi tratti, il Codice riprende alla lettera la Direttiva a dimostrazione dello stretto legame e dell’evidente consequenzialità.
L’art. 68, come già anticipato, contiene uno specifico riferimento alla necessità che le pubbliche amministrazioni, considerino il FLOSS in fase analisi comparativa delle soluzioni tecnologiche da adottare.
Un recente provvedimento esplicitamente favorevole nei confronti del FLOSS è contenuto nella Legge Finanziaria 2007 all’art. 491 dove si destina un finanziamento di 30 milioni di euro a progetti finalizzati allo sviluppo della società dell’informazione e prevede che : “nella valutazione dei progetti degli enti locali per la «digitalizzazione dell'attività amministrativa», è data priorità a quelli che utilizzano o sviluppano applicazioni software a codice aperto. I codici sorgente, gli eseguibili e la documentazione dei software sviluppati sono mantenuti in un ambiente si sviluppo cooperativo, situato in un sito web individuato dal Ministero per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione al fine di poter essere visibili e riutilizzabili”.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il software libero nella pubblica amministrazione

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Informazioni tesi

  Autore: Giovanni Careddu
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Amministrazione Governo e Sviluppo Locale
  Relatore: Daniele Marongiu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 43

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