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Il controllo elettronico e satellitare dei soggetti ammessi ad una sanzione di probation e il ruolo del servizio sociale: l'evoluzione dagli anni '90 ad oggi in Inghilterra, Galles e Scozia

Il braccialetto elettronico in Italia

Il braccialetto elettronico è un mezzo elettronico, destinato al controllo delle persone sottoposte agli arresti domiciliari o alla detenzione domiciliare, che si applica al polso oppure alla caviglia e permette all'Autorità giudiziaria di verificare a distanza e costantemente i movimenti del soggetto che lo indossa. Nel caso di alterazione o manomissione del braccialetto è previsto il ritorno in carcere e una pena aggiuntiva. Il braccialetto elettronico è stato introdotto nel sistema legislativo italiano nel 2001, ed è stato sperimentato in cinque città italiane: Roma, Milano, Torino, Napoli e Catania. I detenuti che hanno potuto utilizzare questo strumento sono stati circa 50. La fase di sperimentazione è stata di circa 6 mesi a partire dall’11 aprile 2001.
Il concetto di “certezza della pena” implica la considerazione di aspetti quali:
- la funzione di prevenzione;
- la proporzionalità fra entità del reato e relativa sanzione;
- la tutela della collettività;
- la rieducazione del condannato quale effetto della pena.

Il braccialetto elettronico consente di garantire la verifica della permanenza presso il domicilio prestabilito dei detenuti agli arresti domiciliari e coloro i quali sono soggetti a custodia cautelare in attesa di giudizio. In altri paesi Europei si è rivelato particolarmente utile per sorvegliare i minori condannati, evitando così che gli stessi trascorressero un tempo troppo prolungato in riformatorio e potessero, invece, essere occupati in attività di lavoro che ne favorissero il reintegro in società. Alcuni possibili benefici che l’utilizzo del braccialetto elettronico dovrebbe apportare, secondo ricerche e esperienze avvenute in tutto il mondo sono:
- aiutare i detenuti bisognosi di cure mediche o di disintossicazione trasferendoli più facilmente in centri di recupero;
- creare percorsi di reinserimento sociale e familiare dei detenuti;
- dare la possibilità alle madri carcerate di far crescere i propri figli in strutture di accoglienza esterne;
- trasferire presso le proprie abitazioni detenuti in attesa di giudizio considerando la maggior garanzia che la verifica elettronica consente;
- restituire alle forze dell’ordine tempo da dedicare alla prevenzione e presenza sul territorio demandando allo strumento elettronico la verifica delle limitazioni di libertà connesse con la detenzione domiciliare.
Il braccialetto potrebbe quindi rivelarsi lo strumento giusto per ridurre la popolazione carceraria, aiutare le persone bisognose di cure mediche e facilitare il reinserimento delle persone nella società.

La situazione in Italia però risulta molto complessa:
L’idea dei braccialetti elettronici che avrebbero dovuto attenute il problema del sovraffollamento degli istituti carcerari rendendo più agile il nostro sistema penitenziario si è rivelata in realtà un grosso insuccesso.
La sperimentazione del braccialetto elettronico venne varata il 2 febbraio 2001 dai ministeri dell’Interno e della Giustizia, con un decreto legge annunciato all’inizio di aprile dall’allora Ministro dell’Interno, e venne proposta come una possibile via d’uscita all’impervio problema del sovraffollamento delle carceri.
L’ utilizzo dei braccialetti elettroni ebbe inizio quando un peruviano condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per traffico di droga, accettò di fare testare su di se uno dei braccialetti elettronici che il Ministero dell’Interno aveva appena noleggiato da una società fornitrice. Fu ai primi di aprile del 2001 che il ministro dell'Interno inaugurò il braccialetto elettronico per il controllo a distanza dei detenuti. L'oggetto di plastica anallergica era del peso di soli 45 grammi di fili e batteria; tale braccialetto permetteva il controllo dei carcerati che decidevano di scontare la propria pena ai domiciliari. Il Personal identification device applicato al detenuto peruviano costava all’epoca 60 mila lire al giorno, ed il fornitore della tecnologia aveva assicurato che, qualora il detenuto si fosse allontanato di soli 10 metri, l’allarme sarebbe scattato. Dopo appena due mesi si comprese che la realtà dei fatti era ben diversa dalla teoria; il 26 giugno 2001 infatti l’operatore in servizio alla centrale operativa si rese conto che il collegamento telefonico con il braccialetto del reo in questione era scomparso per un motivo semplice. Il reo infatti dopo aver tagliato i fili fece perdere le proprie tracce. Questo non fu l’unico caso. Nel 2002 un detenuto arrivò addirittura a rompere intenzionalmente il braccialetto preferendo tornare all’interno dell’istituto penitenziario sostenendo che il dispositivo era divenuto un oppressione. Successivamente, dopo questa serie di esperimenti falliti, nel 2003 venne firmato un nuovo contratto con un gestore unico il quale avrebbe dovuto garantire oltre all’installazione dei Personal identification device, anche l’assistenza tecnica. Questo accordo costò allo Stato poco meno di 11 milioni di euro e per di più è scaduto soltanto alla fine del 2011. Risulta ancora oggi in opera un servizio attivo 24 ore al giorno ed una grande centrale di controllo collegata con tutte le Questure d’Italia; per un totale di 6 dispositivi attivi e funzionanti. In molti puntarono il dito contro i magistrati, rei di non aver disposto l’utilizzo dei braccialetti. In realtà però gli stessi giudici non sono mai stati informati a sufficienza e sono in molti a non conoscere la procedura. Dei 400 dispositivi elettronici noleggiati dal gestore della tecnologia fino al 2011, soltanto 11 sarebbero utilizzati, il resto è sotto chiave in una stanza blindata del ministero. Probabilmente la scelta più logica sarebbe stata quella di recidere il contratto con il gestore del servizio risparmiando una notevole quantità di denaro. Purtroppo però il contratto firmato nel 2001 contempla una clausola che obbliga lo Stato a pagare il gestore fino al 2011. Dopo una serie di tentativi succedutisi negli anni senza risultati positivi ad oggi l’attuale Ministro della Giustizia Paola Severino in uno dei suoi discorsi programmatici da neo Guardasigilli si è soffermata sul problema sostenendo che l ’introduzione di un utilizzo migliore del braccialetto elettronico sarebbe non solo un beneficio per le carceri e per il personale, attualmente sotto organico, ma anche una misura ragionevole da realizzare in tempi brevi, visto che la riforma dei codici penale e di procedura penale non è realizzabile per la durata limitata del governo.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il controllo elettronico e satellitare dei soggetti ammessi ad una sanzione di probation e il ruolo del servizio sociale: l'evoluzione dagli anni '90 ad oggi in Inghilterra, Galles e Scozia

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Informazioni tesi

  Autore: Michela Polidori
  Tipo: Laurea II ciclo (magistrale o specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Management del Servizio Sociale ad indirizzo formativo europeo
  Relatore: Michele  Ciarpi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 127

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Parole chiave

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probation
penitenziario
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regime carcerario
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braccialetto elettronico

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