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Il fine unifica i mezzi: Il ruolo del Terzo Settore nel Sistema integrato dei Servizi Sociali

Quantità e qualità del personale coinvolto

Il settore del non profit vede coinvolte ben 5,7 milioni di persone di cui l'83,3% costituito da volontari, l'11,9% da dipendenti, il 4,7% da lavoratori esterni e lo 0,1% da lavoratori temporanei. I dati presi in considerazione fanno riferimento sempre all'ultimo censimento ISTAT 2011 che ci consente di avere un quadro completo della materia in esame. Secondo il censimento la maggioranza degli addetti delle organizzazioni del non profit rientrano nei settori dell'assistenza sociale e della sanità con una percentuale del 69% di lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato contro il 14% di dipendenti con contratto a tempo determinato.

La restante percentuale è coperta dai collaboratori (8%), dai volontari (7%), e da altro tipo di personale come giovani di servizio civile o personale distaccato (1%).

Un dato interessante da mettere a paragone è quello relativo alla distribuzione di genere. Prendendo in considerazione i lavoratori dipendenti (a tempo determinato o indeterminato che sia) abbiamo una prevalenza nettamente femminile, parliamo infatti del 78,3% di personale al femminile rispetto al 21,7% del personale maschile. Dal momento in cui l'incidenza dei volontari vede una percentuale di uomini maggiore a quella delle donne possiamo concludere che i dati precedentemente citati non indicano una maggior sensibilità, riguardo al mondo del sociale, del genere femminile rispetto a quello maschile.

La differenza sostanziale va ricercata invece in merito allo status che la donna ricompre nella società, in quanto tendenzialmente è costretta a ricoprire posizioni contrattuali più flessibili e dunque, di contro, le organizzazioni nella scelta occupazionale tendono a favorire quest'ultime.

Gli operatori del sociale che lavorano all'interno delle diverse tipologie organizzative del non profit sono delle più svariate:
- specialisti in scienze sociologiche e antropologiche
- specialisti in scienze psicologiche e psicoterapeutiche
- assistenti sociali e assimilati
- tecnici dell'assistenza e della previdenza sociale
- professioni qualificate nei servizi sanitari
- addetti alla sorveglianza di bambini e assimilati
- addetti all'assistenza personale in istituzioni o a domicilio
- collaboratori domestici e assimilati

Ovvio risulta essere il diverso grado di formazione del personale. Per tale motivo, sopratutto le cooperative, risultano essere particolarmente sensibili al tema della valorizzazione delle competenze facendosi carico della formazione delle risorse umane del sociale.
I dati ISFOL 2012 registrano una media annua di quattro corsi di formazione realizzati dalle cooperative per i propri addetti. Nella stessa annualità sono stati formati ben 38.875 lavoratori suddivisi tra retribuiti e non retribuiti. Sebbene è presente una sostanziale differenza tra la formazione rivolta al personale remunerato rispetto a quello non remunerato è comunque da valutare positivamente la proposta formativa che ha coinvolto più della metà di questi ultimi offrendo così un'opportunità di crescita e qualificazione. Sembra scontato constatare come chi scelga di impegnarsi nel mondo del sociale in maniera stabile abbia delle competenze professionali adeguate all'ambito di intervento e che per tale motivo la scelta formativa ricada su corsi specialistici o di riqualificazione. Nonostante ciò rimane ancora in sospeso la questione se le competenze dei professionisti del sociale siano sufficienti per operare con il socio-sanitario e il sanitario, secondo la tanto auspicata integrazione socio-sanitaria.

Noto è che con la revisione del titolo V della Costituzione l'efficacia e l'equità delle politiche locali sancite dalla L.328, legge quadro dei servizi sociali, viene meno. L'art 12, che prevedeva un sistema di regolamentazione delle professioni sociali a livello nazionale non trova applicazione. L'assenza di standard professionali incide negativamente sulla possibilità di ideare concrete logiche trasversali ed interprofessionali a favore di un lavoro socio-sanitario, in quanto ogni Regione ha definito autonomamente, attraverso nomenclature e percorsi difficilmente comparabili, le caratteristiche dei lavoratori del sociale. Ciò ha portato al proliferare di figure come: l'educatore professionale, l'operatore socio-sanitario, il mediatore, il sociologo ecc..

A tale quesito si aggiunge la problematicità della remunerazione. Ulteriore tassello che allarga la condizione di instabilità e non equità dei lavoratori del sociale. Se per il dpcm 30 marzo 2001 per i servizi sociali è vietato ricorrere a pratiche di massimo ribasso, vige comunque l'utilizzo dell'offerta economicamente più vantaggiosa. Le carenze retributive e le difficoltà scaturite da un'organizzazione non ancora perfettamente regolamentata vengono tuttavia colmate dal fattore motivazionale, che caratterizza gli operatori del sociale e vengono mitigate ulteriormente da condizioni quali: la flessibilità organizzativa, l'autonomia, le varie possibilità formative offerta dal settore, l'attenzione e la qualità dei rapporti interpersonali.

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Il fine unifica i mezzi: Il ruolo del Terzo Settore nel Sistema integrato dei Servizi Sociali

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Informazioni tesi

  Autore: Giordana Cisternino
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi dell'Aquila
  Facoltà: Scienze della Formazione e del Servizio Sociale
  Corso: Scienze del servizio sociale
  Relatore: Annarita Iacopino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

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