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Decostruzione di un discorso: la Questione Palestinese dopo Said

I palestinesi secondo l'orientalismo

Anche in “Orientalismo”, Said fornisce numerosi esempi di come l'arabo viene frequentemente rappresentato; normalmente – a suo avviso – tramite “trasformazioni e semplificazioni – tutte in genere tendenziose – nelle quali è continuamente costretto” (Said, 1991, pp.301-302).

In particolare, dopo la guerra del 1973, gli arabi avrebbero cominciato ad assumere un'apparenza minacciosa, riuscendo sì a conquistare un certo spazio nel mondo dell'informazione occidentale, ma solo come portatori di valori essenzialmente negativi e in quanto minaccia per Israele e il mondo occidentale.
Dice Said al riguardo:
“Nella misura in cui gli arabi hanno una storia, essa è stata loro data (o tolta) […] dalla tradizione orientalista e, in seguito, da quella sionista” (Id, 1991, p.283).
Insomma gli arabi sono considerati una sorta di persecutori del popolo ebraico, nonché l'unico ostacolo che si frappose alla pacifica fondazione dello stato di Israele nel 1948.

La situazione non varia di molto se ci spostiamo nel mondo del cinema e della televisione, dove l'arabo ricopre tradizionalmente ruoli quali mercante di schiavi, nomade, cambiavalute, furfante; figure dipinte come disoneste, sadiche, amorali, degenerate.
O ancora, nei telegiornali e nei quotidiani l'arabo viene mostrato sempre come una moltitudine:
“niente individui, niente esperienze e caratteristiche personali, ma vaste panoramiche di enormi folle misere e infuriate o inquadrature di particolari, specialmente gesti ed espressioni di rabbia impotente e di grottesca irrazionalità” (Said, 1991, p.304).

Presentare delle persone come un gruppo omogeneo, con ciò negando le loro caratteristiche personali e le differenze fra di esse è solo una delle strategie che permettono di rappresentare qualcuno come “altro da sé”; strategie che includono, secondo Van Leeuwen:
• la strategia di esclusione, che consiste nel non rappresentare determinate persone dove nella realtà sono presenti
• ritrarre determinate persone come indegne di stima
• mostrare, appunto, insiemi d'individui come gruppi omogenei
• la strategia delle connotazioni culturali negative
• la strategia degli stereotipi razziali negativi.

La prima strategia è quella più diffusa, ad esempio, nei libri di testo israeliani, dove è evidente la tendenza a cercare di cancellare i palestinesi dalla scena israeliana.

Lampante è il caso dei libri di geografia in cui sono omessi dalle mappe i confini internazionali dello Stato di Israele (la Linea Verde) e descrivendo la West Bank (peraltro rinominata Giudea e Samaria) come una parte di Israele sebbene non sia mai stata ufficialmente annessa.
In sostanza, libri e articoli attuali sull'Islam e gli arabi non rappresentano un cambiamento sostanziale rispetto all'accesa polemica antislamica del Medioevo.

Conclusa la panoramica sulla rappresentazione dei palestinesi nei vari mezzi d'informazione, torniamo al mondo più strettamente accademico.

Said racconta come nel 1975 la guida ai corsi di studio per gli studenti del Columbia College affermava, riguardo il corso di arabo, che ogni parola di quella lingua era in qualche modo connessa con la violenza, e che dunque il linguaggio rifletteva la mentalità araba. Del resto, per le scienze sociali in generale e per l'orientalismo in particolare, lo studio delle lingue non è altro che uno strumento che deve servire per scopi più ambiziosi.

Ad esempio, dal saggio Present State of Arabic Studies in the United States, tratto dal un rapporto del 1958 del Middle East Institute, si evince chiaramente che la conoscenza delle lingue orientali è da considerarsi uno strumento politico da utilizzarsi a fini propagandistici: dunque,
“ciò che conta non è ciò che le persone sono e pensano, ma ciò che possono essere indotte a divenire o pensare” (Said, 1991, p.310).

Questa tendenza del moderno orientalismo americano si è delineata a partire dalla seconda guerra mondiale, insieme ad un latente atteggiamento missionario verso quegli orientali che si mostravano una propensione ad essere aiutati e rieducati. Dunque, al di là degli ovvi fini strategici, lo studio delle lingue orientali si è anche mostrato utile nel conferire allo studioso, all'”esperto” un'aura quasi sacerdotale.

Un ultimo tratto fondamentale del modo in cui l'arabo è descritto dalle opere degli orientalisti, soprattutto americani, è la tendenza ad evitare del tutto o quasi di trattare delle opere letterarie prodotte in Oriente. [...]

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Informazioni tesi

  Autore: Shary Mitidieri
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Miguel Angel Mellino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 54

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Parole chiave

antropologia
israele
palestina
colonialismo
edward said
questione palestinese
studi postcoloniali
costruzione discorsiva

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