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Mafia e giustizia euroumanitaria. Profili di (il)legittimità dell'ergastolo ostativo

Lo Stato che protegge, lo Stato che reagisce

“Lo Stato che protegge, lo Stato che reagisce” così la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie (e delle altre associazioni criminali, anche straniere) ha definito l’operato della Giustizia italiana nella lotta alla criminalità organizzata.
In particolare, ispirandosi agli interventi normativi sulle speciali misure di protezione per i testimoni di giustizia ha attribuito valore giuridico e simbolico al rapporto che lega i cittadini allo Stato.
Infatti, la lotta contro la criminalità organizzata si fonda sul continuo e costante smantellamento della cultura omertosa attraverso norme e misure di protezione e di reazione a favore della legalità.
Per tali ragioni, il parziale sacrificio della rieducazione e con esso di autodeterminazione del detenuto risulterebbe giustificato dal principio di proporzionalità che sorregge il meccanismo collaborativo.
Una prospettiva certamente fondata sul ruolo della pena e sull’importanza della sua esecuzione premiale che, per definizione, impone un compromesso.
Tra l’altro, la Commissione antimafia a seguito della sent. 253 del 2019 già menzionata, ha segnalato diversi profili di rischio nella concessione dei permessi premio ai soggetti mafiosi senza il presupposto collaborativo.
Tra questi l’eventualità di un accertamento carente e lacunoso che non tenga conto, per l’assenza di informazioni, dei possibili ed artificiosi camuffamenti dei sodalizi.
Attualmente, dunque, la «valutazione in concreto di accadimenti idonei a superare la presunzione dell’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata deve rispondere a criteri di particolare rigore, proporzionali alla forza del vincolo imposto dal sodalizio criminale del quale si esige l’abbandono definitivo».
Un accertamento che ricorda senza dubbio il c.d. regime del “doppio binario” operando una ragionevole differenziazione tra i reati di stampo mafioso e gli altri indicati dall’art. 4 bis ord. pen.
L’equiparazione di reati eterogenei al medesimo trattamento penitenziario, oltre che contrastare con il principio di uguaglianza ex art. 3 Cost., non trova alcun appiglio logico-normativo.
Il fenomeno mafioso, come ampiamente esposto in precedenza, si sostanzia per forme peculiari di azione e per condotte differenti e certamente non assimilabili ai reati comuni.
La stessa Commissione, facendo buon uso dei dati raccolti negli anni, ha proposto una riformulazione parallela del sistema di vigilanza e controllo, coinvolgendo tutti gli organi di giustizia.
Sarà quindi opportuna una risposta concreta del legislatore nazionale che dovrà barcamenarsi tra riforme e censure, segnando una nuova strada per la disciplina dei benefici penitenziari.
Non è astratta l’ipotesi di un inasprimento delle condizioni di accesso e dunque dei requisiti minimi che dimostrino la recisione dei collegamenti con l’ambiente delle cosche.
Difatti, negli ultimi anni l’autore delle leggi ha implementato ed inasprito diverse disposizioni per combattere la criminalità organizzata e ha dimostrato tutto il suo favore verso la pena perpetua.
Sebbene per alcuni l’ergastolo ostativo sia «privazione di vita perché privazione di futuro, azzeramento di ogni speranza, amputazione dal consorzio umano»; per altri questo costituisce l’extrema ratio per proteggere i cittadini e per reagire alle mafie.

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Mafia e giustizia euroumanitaria. Profili di (il)legittimità dell'ergastolo ostativo

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Informazioni tesi

  Autore: Adriana Caforio
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Scuola di Specializzazione nelle Professioni Legali
Anno: 2020
Docente/Relatore: Gaetano Stea
Istituito da: Università degli Studi di Lecce
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 134

FAQ

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italia
diritto penale
legittimità
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ergastolo
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benefici penitenziari
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