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La consulenza filosofica. Pratiche filosofiche per le organizzazioni: origini, sviluppi, prospettive

Informazioni tesi

  Autore: Cristina Arbini
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Lucia Urbani Ulivi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 198

Il mio lavoro si può dividere in due parti, la prima sulle pratiche filosofiche e la consulenza filosofica e la seconda sulle organizzazioni, seguite da un capitolo di interviste a professionisti che in diverso modo hanno a che fare con la consulenza filosofica e con il mondo manageriale.
Nella prima parte tratto della natura delle pratiche filosofiche, chiedendomi se siano o meno da considerarsi filosofia. La risposta è positiva, in quanto si ricorda che originariamente non vi era distinzione fra carattere pratico e carattere teorico della filosofia ma era chiaro che l'uno non si possa dare senza l'altro. Passo quindi in rassegna le varie forme nelle quali si manifestano le pratiche filosofiche: questo termine racchiude infatti pratiche diverse fra loro, come il Cafè Philo e la Philosophy for Children, ma che sono accomunate dall’essere tutte pratiche democratiche e comunitarie (in genere aperte a tutti) e caratterizzate da un dialogo libero (non mirano a risolvere questioni quanto a discuterne liberamente, dando spazio a possibilità di pensiero differenti). Tratto quindi della Philosopische Praxis (consulenza filosofica), non tanto perché sia la più famosa o diffusa fra le pratiche filosofiche quanto perché è a partire dalla sua nascita che esse tornarono ad affermarsi sulla scena culturale contemporanea e perché i filosofi che possono essere considerati "autorità" in materia di pratiche filosofiche sono anche e prima di tutto consulenti filosofici. I suoi caratteri originari (critica vs filosofia accademica, distanza dalle psicoterapie, impossibilità di una definizione se non in negativo, affermazione della mancanza di un metodo), molto rigidi nel primo Achenbach, si sono poi ammorbiditi con la diffusione e lo sviluppo della consulenza e delle pratiche filosofiche nel mondo. Grazie all'affermazione di una comunità di ricerca che, dalla Germania, si è spinta fino in Israele e da lì in America, alcuni dei massimi esponenti di questo pensiero hanno rivisto e corretto alcune delle posizioni più rigide e meno giustificate di Achenbach, soprattutto in merito al giudizio sulle psicoterapie e sulla filosofia accademica, arrivando in generale ad assumere posizioni più moderate e atteggiamenti di apertura e dialogo costruttivo. La comunità di ricercatori ha dato anche vita a una "comunità di praticanti" che, seppur appartenenti a diverse scuole e indirizzi di pensiero, si può dire che possiedano genericamente in comune la caratteristica di lavorare sulle "visioni del mondo" del consultante senza offrire risposte ai suoi disagi di natura esistenziale ma aiutandolo, attraverso l'uso delle domande, a individuare possibili soluzioni. E' in quest'ottica che operano anche i consulenti filosofici attualmente attivi nelle organizzazioni, come Ad Hoogendijk in Olanda, Eugenie Vegleris in Francia e Paolo Cervari in Italia. La prima parte del mio lavoro si conclude quindi con una panoramica sulla situazione internazionale e in particolare italiana, mettendo in luce come sia in Italia sia all'Estero si diano casi di "filosofi in azienda".
Nella seconda parte analizzo le organizzazioni nel loro significato e nella loro struttura attraverso lo sviluppo della teoria organizzativa che ha tentato di studiarne il funzionamento per consentirne una migliore gestione in termini di efficacia e di efficienza. Passando in rassegna i diversi paradigmi con i quali le organizzazioni sono state via via intese, emergono alcuni punti più importanti, ossia: la centralità delle organizzazioni per la nostra vita; il fatto che, per comprenderle, occorre intenderle come sistemi aperti; la complessità che le caratterizza. Questa complessità è oggi data e riconosciuta non solo da studiosi come Morin, Norman e Prygogine ma anche dagli stessi manager che, lungi da considerarla come un elemento solo negativo, sentono l'esigenza di tramutarla in un'opportunità e in un elemento da valorizzare, identificando nel suo carattere destabilizzante la possibilità di una continua spinta verso l'innovazione. In un documento frutto del Global CEO Study condotto da IBM nel 2010, essi hanno identificato nella continua capacità di innovazione il fattore critico di successo delle aziende che hanno meglio di tutte resistito e prodotto risultati anche negli ultimi anni di crisi. Studiosi e manager sono quindi concordi nel vedere nella complessità non tanto confusione quanto vitalità ed energia indispensabili per la costituzione del mondo. Anche attraverso le interviste, sono arrivata così a concludere che la finalità delle pratiche filosofiche può rappresentare una risposta al bisogno di innovazione delle aziende, favorito da una cultura maggiormente portata a fare domande che a fornire risposte ma, perché ciò sia possibile, occorre formare i manager a questo tipo di approccio. In questo senso, la filosofia in azienda è (anche) una questione accademica.

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6 INTRODUZIONE «Non c’è niente di più pratico di una buona teoria». K. Lewin, Field theory in social science: Selected theoretical papers by Kurt Lewin L’estate scorsa il noto scrittore portoghese José Saramago, premio Nobel per la Letteratura nel 1998, è morto nella sua residenza di Lanzarote. Egli era anche un giornalista ed era solito redigere un blog, un diario su internet che aggiornava costantemente. Nel suo ultimo post, risalente a pochi giorni prima della sua scomparsa, scrive: «Penso che la società di oggi abbia bisogno di filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo determinato, come la scienza, che invece procede per raggiungere i suoi obiettivi. Ci manca riflessione, pensare, abbiamo bisogno del lavoro di pensare, e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte» 1 . Ho deciso di introdurre il mio lavoro di tesi con questa considerazione sottratta a Saramago poiché lo spirito che ha animato la mia ricerca è riassumibile in queste poche, ultime righe del grande poeta. L’idea che la filosofia sia essenzialmente un modo di vivere è presente in me sin da quando cominciai i miei studi universitari e, se non ancora perfettamente a fuoco all’inizio del mio percorso, lo diventò via via che acquisii una sempre maggiore consapevolezza della potenza trasformatrice di questa disciplina. Permettendo l’oggettivazione di sé e del mondo in cui si vive essa trasforma, nel corso di questo processo, la nostra visione soggettiva e personale sulle cose, sul modo cioè che abbiamo di percepirle, di intenderle, di viverle. Questo fa della filosofia un’attività essenzialmente pratica: come diceva bene Martin Heidegger, «la filosofia [è] in grado di fare qualcosa di noi, se appena ci impegnamo in essa» 2 . 1 Da un’intervista rilasciata alla “Revista do Expresso” dell’11/10/2008. Cfr. il blog di Saramago all’indirizzo http://caderno.josesaramago.org/. 2 M. Heidegger, Introduzione alla Metafisica, Mursia, Milano, 1968, p. 23.

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