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Il vissuto della sintomatologia negativa nei pazienti affetti da disturbo schizofrenico

In questi ultimi anni, l’approccio operativamente più utile alla psicopatologia della schizofrenia non è stato quello per “sintomi” bensì quello per “dimensioni”, vale a dire per gruppi di sintomi giustificati da una comune alterazione di funzione, a loro volta sostenuta da un meccanismo patofisiologico specifico. Si riconosce quindi una dimensione positiva, caratterizzata dalla trasformazione della realtà (deliri ed allucinazioni), una negativa, caratterizzata dall’impoverimento ideoaffettvo (apatia, abulia, anaffettività, asocialità, non pianificazione) e una di disorganizzazione, che si esprime con disturbi formali del pensiero e del linguaggio e con disorganizzazione comportamentale.
Per lungo tempo, gli sforzi in ambito scientifico sulla schizofrenia, sono stati mirati esclusivamente all’ improvement dei sintomi positivi, considerati prioritari per la sicurezza del paziente e del suo contesto di vita. Recentemente la comunità scientifica ha focalizzato l’attenzione sui sintomi negativi, sia in termini di conoscenza che di gestione clinica, in quanto strettamente relati alla vita sociale ed alla qualità di vita del paziente (legame con le funzioni cognitive), oltre che agli esordi (sintomi presenti in fase prodromica) ed alla prognosi (sintomi più stabili nelle schizofrenie croniche) delle psicosi.
Tuttavia, la sintomatologia negativa, proprio perché non produttiva, ma anzi caratterizzata dalla diminuzione, il declino o la scomparsa di caratteri propri dell’individuo, può risultare estremamente difficile da valutare. Non si può prescindere quindi da una valutazione di tipo soggettivo che tenga conto del “punto di vista” del paziente.
Lo scopo del nostro studio è stato quello di indagare la presenza di una discrepanza esistente tra il “vissuto soggettivo del paziente” versus la valutazione oggettiva dell’operatore rispetto alla dimensione psicopatologica (soprattutto la sintomatologia negativa), la consapevolezza di malattia, lo stato di cognizione sociale e il grado di benessere percepito. In seconda istanza, ci proponiamo di verificare l’eventuale ruolo della percezione soggettiva come predittore di outcome clinico e funzionale del paziente.
Tra Aprile 2010 e Settembre 2011, 103 pazienti con diagnosi di Schizofrenia in accordo con i criteri diagnostici del DSM-IV ricoverati consecutivamente presso l’SPUDC dell’Ospedale San Salvatore dell’Aquila, sono stati sottoposti ad un assessment composto da scale psicometriche standardizzate e validate e interviste strutturate per lo studio del quadro psicopatologico (PANSS), dell’esperienza soggettiva della sintomatologia negativa nello specifico (SENS), della consapevolezza di malattia e del bisogno di cure (INSIGHT A-B), della complaiance al trattamento (DAI-10), del benessere percepito dal paziente (SWN), dello stato di cognizione sociale soggettivamente percepito e oggettivamente rilevato (GEOPLE A-B) e del grado di funzionamento globale (VGF). I criteri di esclusione dallo studio sono stati: gravi deficit di apprendimento e severo quadro psicopatologico. Tutti i pazienti erano in trattamento con farmaci psicotropi.

I nostri risultati supportano la necessità di considerare l’esperienza soggettiva del paziente affetto da Disturbo Schizofrenico “narrando” una percezione del proprio quadro psicopatologico lontana rispetto a quello rilevato dal clinico oggettivamente.
Tale osservazione rappresenta il focus principale del nostro studio, poiché non soltanto conferma l’ipotesi iniziale di studio, cioè l’esistenza di una discrepanza tra il vissuto soggettivo e oggettivo della dimensione negativa, ma in seconda istanza sottolinea l’importanza dell’esperienza soggettiva nell’ambito del funzionamento globale e il grado di compliance del paziente, oltre che l’outcome clinico a breve e a lungo termine.
Un risultato che va comunque enfatizzato e in linea con la più recente letteratura scientifica è stato il riscontro nel nostro campione di studi di una mancata associazione esistente tra la percezione dell’ esperienza negativa e l’individuale stato di cognizione sociale: quest’ultimi infatti potrebbe possono essere sottotipi di uno stesso deficit di base, ma con distinti correlati funzionali.

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50 2. La sintomatologia negativa Una prospettiva storica La distinzione in sintomi “positivi” e ''negativi” nell’ambito del Disturbo Schziofrenico risale a quasi 150 anni fa. Il primo ad evidenziare tale dicotomia fu Jackson (1859, 1932) che, basandosi su scritti di Herbert Spencer riguardo l’evoluzione del sistema nervoso, descrisse i sintomi negativi come ‘’perdita dell’integrazione neurale'' e i sintomi positivi come “perdita del controllo inibitorio di base con conseguente sovraeccitazione”. Anni dopo, la psichiatria fece sua questa differenziazione, considerando le due classi di sintomi come fenomenologicamente distinte. I sintomi negativi tuttavia sono sempre stati interpretati come l’aspetto meno accessibile e trattabile della schizofrenia. Ciò ha portato a numerosi sforzi per cercar di delinearli meglio, fino a giungere alla distinzione in sintomi negativi primari e secondari. I sintomi negativi primari, sembrano essere

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Informazioni tesi

  Autore: Antonio Di Luca
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi dell'Aquila
  Facoltà: Medicina e Chirurgia
  Corso: Medicina e Chirurgia
  Relatore: Massimo Casacchia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 110

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Parole chiave

soggettività
psichiatria
schizofrenia
sintomi negativi
cognizione sociale
sens

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