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Ospite, forestiero, nemico, esule: prospettive letterarie di stranieri sinistri

Informazioni tesi

  Autore: Domenico Cassese
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere
  Corso: Filologia moderna
  Relatore: Francesco De Cristofaro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 161

La figura dello straniero non sta ferma, inquadrata in una categoria, la sua essenza è la mobilità e la sua mobilità è quella dell'altro. Questa "perturbante" tensione genera in noi atteggiamenti contrastanti e "sinistri": ospitalità, pregiudizio, apertura, rabbia, confronto, accoglienza. E, inevitabilmente, lascia in sospeso alcuni dubbi. Chi è lo straniero? E straniero rispetto a chi?

Evidentemente "straniero" è colui che è strano, e strano può essere il nemico o il forestiero, l'ospite, il pellegrino o l'esule. Essere stranieri indica, pertanto, una diversa appartenenza: un appartenere a un altro luogo, a un altro popolo.
Indica la provenienza da un fuori che è implicita nell'etimo latino extra, come capita anche per 'forestiero' (foras).
Questa appartenenza a, e provenienza da, un 'fuori' rispetto a un 'dentro', ad 'altri' rispetto a 'noi', è segnalata da aspetto, lingua, costumi, usanze, cibi, abiti; e da una serie di stereotipi sull'indole, sulla natura 'diversa' dello straniero.
Straniero è colui che appartiene a un luogo extra limina, a un foras.
In altre circostanze lo straniero è addirittura il viandante, colui che è sempre 'fuori', per via, fra luoghi a cui non appartiene, a cui giunge, da cui parte.
Lo straniero è colui che viene da fuori, "invade" una comunità e condiziona gli eventi: crea instabilità, fa vacillare certezze già fragili.

Questo passaggio preliminare tende a chiarire la finalità del mio lavoro di ricerca: sciogliere un nodo etimologico; seguire, da un punto di vista cronologico-letterario, il cursus dello "straniero"; provocare riflessioni articolate e attuali. Come con-vivere con l'alterità tutti i giorni? Sappiamo chi siamo quando sappiamo contro chi siamo? Queste domande che accompagnano l'intero percorso di tesi sono le stesse che mi hanno spinto ad intraprenderlo. A queste, e ad altre ancora, ho tentato di dare una risposta.

In conclusione, si percepisce che gli atteggiamenti e le strategie verso lo straniero hanno una relazione forte con la nostra struttura sociale e culturale. Detto nei termini più generali, il comportamento verso lo straniero dipende dal modo di sentire e di essere della comunità, dei gruppi sociali e degli individui. Il senso di sicurezza o la paura verso l'altro sono l'espressione della fiducia che una comunità ha in se stessa; se si crede nella propria capacità di integrare altri individui al proprio interno si ha un atteggiamento di apertura verso lo straniero, non si teme la sua cultura. In fondo, i membri di una tale comunità sono convinti che dall'incontro con l'altro non si venga travolti; al contrario, essi pensano che si possa costruire una prospettiva culturale più interessante, migliore grazie al contributo di altre culture. Vi sono, come si è visto, anche casi nei quali la struttura comunitaria ben integrata diventa la base e il mezzo specifico per tenere ai margini della società i nuovi arrivati. Se invece le comunità e i gruppi sociali sono privi di fiducia in se stessi e nella propria capacità di integrare gente nuova al proprio interno, allora essi assumono atteggiamenti generalmente ostili allo straniero, considerandolo un potenziale pericolo per la sopravvivenza della propria identità collettiva.

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5 Introduzione Quando compare all’orizzonte del “nostro” mondo, lo straniero può presentarsi come un essere incomprensibile. Talora si stenta persino a riconoscergli la caratteristica stessa di uomo. Essere stranieri indica, pertanto, una diversa appartenenza: un appartenere a un altro luogo, a un altro popolo. Indica la provenienza da un fuori che è implicita nell’etimo latino extra, come capita anche per ‘forestiero’ ( foras). Questa appartenenza a, e provenienza da, un ‘fuori’ rispetto a un ‘dentro’, ad ‘altri’ rispetto a ‘noi’, è segna lata da aspetto, lingua, costumi, usanze, cibi, abiti; è segnalata anche da una serie di stereotipi sull’indole, sulla natura ‘diversa’ dello straniero. Straniero è colui che appartiene a un luogo extra limina, a un foras. A rigore, ‘stran iero’, in un senso, indica l’essere in un luogo diverso dal proprio. In questo stesso senso lo straniero è il viandante, colui che è sempre ‘fuori’, per via, fra luoghi a cui non appartiene, a cui giunge, da cui parte. L’essere straniero indica comunque una condizione di passaggio e non di permanenza, una condizione che può anche essere di permanente passaggio, comunque un essere fuori posto, spaesato. Se lo straniero è altro e diverso nel luogo in cui si trova, la prospettiva può anche rovesciarsi e, per me che sono straniero, stranieri sono i luoghi e le genti a cui non appartengo, fra cui viaggio. Lo straniero dunque, anticipando una nozione platonica sulla quale ci soffermeremo in seguito, è, per la sua appartenenza, “perturbante”. Egli è presente, come personaggio, sotto varie forme, in molte opere della letteratura di tutti i tempi, a cominciare da molte fiabe e narrazioni folkloriche e da alcune grandi opere classiche, come la Bibbia, nella quale Mosè e più tardi Giuseppe figurano come ‘stranieri’ nella società egiziana durante l’esilio; o come l’ Odissea, nella quale Ulisse, quando approda nell’isola dei Feaci e incontra Nausicaa, diventa lo

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Parole chiave

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