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L'immortalità dell'anima e il Socrate morente

Estratto della Tesi di Laura Salamone

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11 Ebbene, “[..]la funzione del kolossos è ad un tempo di tradurre in forma visibile la potenza del morto e di inserirla, conformemente all’ordine, nell’universo dei vivi, cioè quella di stabilire con l’al di là un contatto reale, di realizzarne la presenza quaggiù in virtù del suo essere un vero e proprio mediatore sociale; Il tentativo di comunicare, sottolinea tuttavia quello che l’al di là della morte comporta, per il vivo, d’inaccessibile, di misterioso, di diverso.” 26 La narrazione, nell’Odissea, dell’incontro tra Odisseo e la madre, Anticlea, ci aiuta a comprendere la concezione omerica dell’anima dopo la morte. In particolare nel passo in cui Odisseo si tormenta perché non riesce ad abbracciare la madre che gli sfugge per tre volte, perché ormai ombra inconsistente: “[…] Ah figlio mio, fra gli uomini il più sventurato, questa è la sorte degli uomini, quando qualcuno sia morto; i tendini più non tengono insieme le carni e le ossa, ma ogni cosa distrugge la forza violenta del fuoco ardente, appena la vita le bianche ossa abbandona e l’anima come un sogno fugge via svolazzando..” 27 Nell’uomo omerico, quindi, è radicato un forte attaccamento alla vita nonostante le avversità e gli affanni, che si traduce in un atteggiamento volto a valorizzare l’azione e le capacità fisiche, tralasciando l’aspetto spirituale e interiore dell’uomo. L’attaccamento alla vita e l’avversione per la morte è evidente in particolare nell’XI libro dell’Odissea che descrive il viaggio di Ulisse nell’Ade dove incontra l’eroe greco Achille, che ai tentativi di Ulisse di consolarlo della morte, risponde che preferirebbe vivere ed essere il servo di un poveraccio piuttosto che regnare su tutte le anime dei defunti: “Io pria torrei Servir bifolco per mercede, a cui Scarso e vil cibo difendesse i giorni, Che del Mondo defunto aver l’impero.” 28 Questo passaggio ci aiuta a capire che per l’uomo greco, che ha in Achille, nell’eroe, il suo modello di comportamento, la schiavitù è una prospettiva migliore della morte perché è in lui la convinzione che la vita nonostante le avversità sia un bene prezioso, che deve essere mantenuto ad ogni costo (il culto del corpo è legato proprio a questa visione ottimistica della vita). “[...]Questo mondo omerico è fatto naturalmente solo per i forti, gli accorti ed i potenti. Vita ed esistenza sono per loro un bene tanto certo, da 26 J.P.Vernant, Mito e Pensiero presso i Greci, cit., p. 229-230. 27 Omero , Odissea , Libro XI , vv. 215-224, cit. 28 Omero, Odissea, libro XI v. 610-615, traduzione di I. Pindemonte 1822, dal sito wikisource.org.
Estratto dalla tesi: L'immortalità dell'anima e il Socrate morente

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L'immortalità dell'anima e il Socrate morente

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Informazioni tesi

  Autore: Laura Salamone
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Ersilia Caramuta
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 54

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