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Realtà quantitativa e qualitativa degli hospice in Italia studio osservazionale

Estratto della Tesi di Mariarosaria Buonviaggio

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7 Registration). Il BETTER è l’unico modello che a differenza a dei precedenti è stato creato per favorire e promuovere la comunicazione sulla sessualità tra i pazienti e l’équipe (Hordern, 2008). Da quanto esposto si evince come la relazione con il malato inguaribile e/o terminale si configura come un momento particolarmente stressante nella vita dell’operatore sanitario. L’angoscia di morte, elicitata proprio dal contatto con tale tipologia d’utenza, determina difficoltà psicologiche in quanto l’obiettivo tradizionale della medicina: il guarire, non può più essere raggiunto e l’operato si risolve quindi in un lavoro di pura assistenza. Ciò può generare un senso di impotenza e sconfitta, di insoddisfazione e frustrazione che a lungo andare, possono portare allo sviluppo della sindrome di burnout (Folgheraiter, 1994). La presa in carico di pazienti incurabili determina un particolare peso psicologico per medici ed infermieri e quindi è particolarmente facilitato lo sviluppo del burnout inteso come l’insieme di sintomi fisici e psicologici, di reazioni comportamentali e di modificazioni di atteggiamento che possono colpire le persone impegnate nelle helping professions (Professioni di aiuto) nel momento in cui si trovano di fronte ad una situazione avvertita come intollerabile (Zani & Cicognani, 2000). La formazione medica, in particolare nell’ambito delle cure palliative, dovrebbe perciò porsi l’obiettivo di orientare il proprio intervento dal `to cure´ al `to care´, ossia dal curare al prendersi cura del malato in tutti i suoi aspetti e bisogni, contemplando quelli fisici legati alla patologia, senza dimenticare la sua rete sociale d’appartenenza e la sua famiglia. Il miglioramento della qualità della vita del malato deve diventare quindi un obiettivo possibile e raggiungibile, nelle sue condizioni fisiche, ambientali, sociali, psicologiche e spirituali, miglioramenti che hanno ricadute positive anche sul benessere psicologico della sua rete relazionale e familiare di appartenenza, nonché sugli operatori impegnati con tale tipologia d’utenza. Il contatto costante con persone morenti rende obbligatorio il confronto con la propria vulnerabilità e fragilità, nonché con la consapevolezza della propria limitatezza di essere soggetti loro stessi alla morte. Un confronto quotidiano con i temi del distacco, della separazione e della perdita (Belloni Sonzogni et al. 1997; Leotta, 2005). La morte dell’altro, infatti, come ricorda Testoni (2007), `annuncia a chi mantiene il ricordo il suo stesso morire: l’angoscia che assale dunque chi ricorda ed evoca la possibilità che la stessa sorte lo riguardi´. Gli infermieri a tale proposito sono vincolati in misura maggiore rispetto ai medici, a confrontarsi continuamente e ripetutamente con il tema del distacco, della separazione e della perdita, per questo motivo sono obbligati a sperimentare e conoscere con pienezza l’esperienza della vulnerabilità e della sconfitta. Una formazione rivolta a tali professionisti, che faccia propri gli assunti della Death Education (Educazione alla Morte) potrebbe risultare una pratica utile e soprattutto un invito a non negare ciò che appartiene ad ognuno e che accomuna tutti: la morte come fatto della vita, come qualcosa che fa parte dell’essere
Estratto dalla tesi: Realtà quantitativa e qualitativa degli hospice in Italia studio osservazionale

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Realtà quantitativa e qualitativa degli hospice in Italia studio osservazionale

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Informazioni tesi

  Autore: Mariarosaria Buonviaggio
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Scienze Infermieristiche e Ostetriche
  Corso: Medicina e chirurgia
  Relatore: Consalvo Turchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 45

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Parole chiave

cancro
morte
malato terminale
burnout
caregiver
paziente oncologico
reiki
hospice, cure palliative, dolore

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