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Peter Greenaway. Il cinema: arte della visione

Estratto della Tesi di Gabriele Gatto

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10 offriva la prospettiva alquanto ghiotta di poter far convogliare le sue opere letterarie e pittoriche in una nuova forma 9 . Pur formandosi in maniera non dissimile dal pioniere del documentario realistico John Grierson, al contrario di quest’ultimo proprio il suo compito di produrre documentari in serie lo porta a sviluppare l’idea della natura illusionistica intrinseca nel mezzo cinematografico. Anzi proprio il documentario, con i suoi innumerevoli trucchi ed espedienti grafici da poter utilizzare, rappresenta un tipo di prodotto cinematografico con le maggiori possibilità di dar vita a universi immaginari. Paradossale che tutto ciò valga per il documentario, il genere che vanta la maggior pretesa di realismo. A proposito di una tecnica tipica di questo prodotto, ovvero la voce fuori campo, lo stesso regista gallese dichiara: “Il commento è un modo di organizzare e strutturare le immagini. […] In Inghilterra abbiamo la tradizione del commento della BBC: una voce autoritaria, la voce della ‘ragione’, apparentemente neutrale. Una voce onnipotente, quasi la voce di Dio” 10 .Se ne deduce che il documentario permette sia la creazione di una realtà artificiale grazie alle sue numerose possibilità tecniche sia che concede facilmente una strutturazione filmica non dipendente dalla narrazione classica. La propensione di Greenaway verso la non-narratività dei suoi primi lavori deriva dalle suggestioni delle neo-avanguardie strutturaliste e minimaliste, nate tra gli anni ’50 e ’60 e presenti ancora nei ’70. Avanguardie devote alla riscoperta della pura forma, con particolare attenzione rivolta al processo compositivo e, quindi, con “lo spostamento dell’attenzione dall’arte come oggetto all’arte come esecuzione di un processo” 11 . Di tutto il movimento minimalista statunitense il giovane Greenaway è affascinato, in particolar modo, dalle sperimentazioni sulla variazione, sulla serie e sulla durata dei musicisti della scena newyorkese dei primi ’60 quali Philip Glass, Steve Reich e Terry Riley, influenzati in maniera notevole da un compositore davvero innovativo come John Cage, autore di performance silenziose quali 4’33’’. Un’altra opera di Cage influenzerà la struttura numerica del già citato The Falls; inoltre Greenaway dedicherà a questo maestro della musica contemporanea una parte del documentario televisivo Four American Composers (1983) 12 . Tutto questo movimento provoca la nascita nel cinema underground, sia statunitense che europeo, di una corrente “strutturalista” che propugna una ricerca volta alla realizzazione di un cinema dalle forme pure in netto contrasto con il cinema commerciale di matrice 9 Antonio Maraldi (a cura di), Il cinema di Peter Greenaway, Cesena, Centro Cinema Città di Cesena, 1990, pp. 7-8 10 Massimo Chirivi, Peter Greenaway, Venezia, Ufficio attività cinematografiche del Comune di Venezia, 1991, p. 18 11 Domenico De Gaetano, Peter Greenaway. Film video, installazioni, Torino, Lindau, 2008, pp. 14-15 12 Cfr. Ibidem
Estratto dalla tesi: Peter Greenaway. Il cinema: arte della visione

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Peter Greenaway. Il cinema: arte della visione

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Informazioni tesi

  Autore: Gabriele Gatto
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2013-14
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Dams - Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo
  Relatore: Claudio Bisoni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 54

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