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Heinrich Ignaz Franz Biber von Bibern e le sue Sonate del Rosario

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Discipline musicali

Autore: Gianluca Dai Prà Contatta »

Composta da 102 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 155 click dal 16/12/2016.

 

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Estratto della Tesi di Gianluca Dai Prà

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inferiore, dall’esercizio professionale 11 . Essendo i musicisti di corte precettori del nobile in ambito musicale, ed essendo loro concesso di prendere parte ed all’occorrenza correggere l’esecuzione dei nobili intenti a suonare e cantare nelle private stanze, non potevano esimersi dall’avere anche loro un’adeguata cultura che rispecchiasse quella dei loro Signori. In tal modo si comprende come fosse utile a colui che praticava la professione musicale la conoscenza delle altre discipline; tale concezione resterà radicata sino alla fine del diciassettesimo secolo 12 . Ciò nonostante al musico di professione non furono riconosciuti particolari meriti nobiliari, restando relegati al rango di servo; servo indubbiamente di altissimo livello e tra i componenti della servitù che avevano contatti diretti e personali con i nobili, ma pur sempre servo. Solamente verso la fine del 1500, quando i costumi dettati dal Cortegiano si estesero fuori dalla corte ai ‘gentiluomini’, si riconobbe ai musicisti di professione il merito di essere coloro che fecero vivere la musica e consentirono agli altri di beneficiarvi 13 . La figura del gentiluomo si creò in Italia nel corso del Cinquecento quando la comparsa di 11 Anche il tipo di strumento che si addiceva al nobile non era lasciato al caso: il Castiglione nel Cortegiano indica secondo una gerarchia ben definita quali siano gli strumenti più adatti alla corte. In particolar modo sembra essere favorevole al suono della viola come accompagnamento al cantare «per recitare» e al suono dell’ensemble di viole da arco per la «suavissima ed artificiosa» musica che le caratterizza. Inoltre: «Sono ancor armoniosi tutti gli instrumenti da tasti, perché hanno le consonanzie molto perfette, e con facilità vi si possono far molte cose che empiono l’animo della musical dolcezza». Ma se il cortigiano deve conoscere questi strumenti e saper cantare insieme a loro per conferirvi «ornamento e grazia», non dovrà invece «impacciarsi molto di quelli che Minerva rifiutò ad Alcibalde perché pare che abbiano del schifo». Cfr.: Stefano LORENZETTI, Musica ed identità nobiliare nell’Italia del Rinascimento. Educazione, mentalità, immaginario, Leo S. Olschki, Firenze 2003 p. 83. Il periodo cui si riferiscono le notizie della nota 9 relative all’insegnamento dei vari tipi di strumento sono relative ad alcuni collegi italiani nel primo ’700. Nonostante ciò le prescrizioni del Cortegiano restano valide. 12 La cultura personale del musicista è stata senz’altro auspicata anche dai trattatisti del settecento, ma non si può dire che in tutti i casi fosse prerogativa dei musicisti professionisti. Non mancano infatti critiche anche aspre nei confronti dei musicisti da parte dei trattatisti e compositori: Guido d’Arezzo, Adriano Banchieri, Johann Sebastian Bach e molti altri non si esimono dall’evidenziare, in modo più o meno morbido, l’ignoranza di molti loro colleghi musicisti. Mi si consenta di manifestare la mia visione appropriandomi delle parole di Leopold Mozart che sembrano rispecchiare la mia osservazione della realtà: «[...] Un particolare talento naturale coincide spesso con la mancanza di istruzione e, purtroppo, chi è dotato di una grande predisposizione naturale, non sempre ha l’occasione di accostarsi alla scienza. Però, è molto irritante quando uno, che si ritiene abbia avuto un’istruzione, dà aperta prova della sua ignoranza. Che cosa si può allora pensare di chi si fa chiamare “illustre compositore” nonostante non sia capace di mettere in fila sei parole nella sua lingua madre, o di scriverle in modo comprensibile su di un foglio di carta? Si intende di chi viene a trovarsi in una simile posizione benché sia uscito da una scuola. Un tale mi scrisse appunto una volta con tali scorrettezze, sia per quanto trattava, sia per la forma grammaticale che, solo a leggersi, faceva capire la misura della sua stupida ignoranza». Sta in: Leopold MOZART, Scuola di Violino, Edizioni Geroglifico, Gaeta (LT) 1991, pp. 122-123 (nota “c”). 13 Cesare Rao, nelle sue Invettive, orationi et discorsi […] fatte sopra diverse materie, e à diversi personaggi: dove si riprendono molti vitii, e s’essortano le persone all’essercitio delle virtù morali, e alle scienze, e arti liberali , dopo aver chiarito che tutte le cose che ci dilettano, usate nella giusta misura, hanno su di noi beneficio; che sono da lodarsi coloro che si dilettano suonando e sono invece da biasimare coloro che non ne sono capaci, sentenziò: «E per la medesima ragione sono non solamente degni di lode coloro, che della Musica in questa maniera si dilettano, ma quelli che in quella sono eccellentissimi: perché senza questi la Musica ò si smarrirebbe, ò perderebbe della sua bontà, ò si andrebbe spegnendo del tutto». Sta in: Stefano LORENZETTI, Musica ed identità nobiliare, cit., p. 234. 12
Estratto dalla tesi: Heinrich Ignaz Franz Biber von Bibern e le sue Sonate del Rosario