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Le proprietà forestali collettive nella Regione Veneto: modelli di resilienza o ‘relitti del passato’?

Estratto della Tesi di Giulia Sbrizza

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8 proprietà collettive costituirono sempre più un ostacolo alla razionalizzazione produttiva. Successivamente, durante il dominio napoleonico italiano (1805-1813), nel periodo del positivismo ottocentesco, tutti i beni comuni presenti sui territori conquistati furono affidati alle diverse Municipalità locali, secondo quanto previsto dal Codice Civile francese. Non è ancora chiaro se, in seguito alla riforma, i Comuni dovessero figurare come i proprietari effettivi del territorio collettivo o dovessero assumere solo i poteri decisionali in merito alle questioni gestionali (Cerulli Irelli, 1992); ad ogni modo, alle comunità locali rimaneva il diritto d’uso, ma non la gestione delle risorse, anche se, di fatto, in molte aree, le proprietà collettive continuarono ad esistere e ad amministrare il territorio in modo informale. Con l’avvento dell’Unità d’Italia il lavoro di liquidazione degli usi civici proseguì in maniera organica in favore dell’individualizzazione della proprietà, appoggiandosi sulle inchieste agricole commissionate dal neonato Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, che mostravano una persistenza dell’appropriazione collettiva su tutto il territorio italiano (Caracciolo, 1968). Il dibattito che si sviluppò fu serrato e grande l’interesse suscitato da queste forme di proprietà; le pressioni di studiosi e politici favorevoli alle antiche istituzioni collettive portò all’emanazione della L. 5489/1888 relativa all’abolizione delle servitù nelle ex Province Pontificie, in cui, in una clausola, è presente la possibilità per le popolazioni locali di affrancare i beni goduti fino ad allora per diritto consuetudinario. L’avvento del periodo fascista (1922-1934) cancellò definitivamente ogni aspettativa di rivalutazione della proprietà collettiva; nel 1927 fu emanata la L. 1766 che disciplinò tutte le forme di godimento collettivo, fossero essi proprietà collettive o usi civici, riunendole sotto un unico termine, con lo scopo di liquidarle in favore di uno sviluppo agro-silvo-pastorale dittatoriale e autarchico. La norma, che riconosceva gli usi civici dopo la cancellazione napoleonica, ne determinò di molti la scomparsa attraverso la formazione di piccole proprietà e imprese agrarie, previa corresponsione di una somma di denaro da assegnare alla collettività. Allo stesso tempo, le proprietà collettive insistenti su terreni non di coltura agraria persistettero, dal momento che non risultavano interessanti per il legislatore del tempo, ma furono frazionate e affidate alla gestione di Comuni, Frazioni ed Associazioni agrarie (Carestiato, 2008). Sebbene il governo fascista sollecitasse l’amministrazione comunale all’incameramento dei beni comuni, molti podestà locali dell’epoca si sono sempre opposti a ciò, mantenendo, di fatto, la presenza delle proprietà collettive sul territorio, con un’amministrazione separata dei beni; dove ciò non avveniva, si concretizzavano spesso
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Informazioni tesi

  Autore: Giulia Sbrizza
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Agraria
  Corso: Scienze Forestali ed Ambientali
  Relatore: Paola Gatto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 123

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Parole chiave

resistenza
commons
regole
resilienza
ostrom
proprietà collettiva

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