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Il "Teatro comico" di Carlo Goldoni e la rappresentazione di Marco Bernardi

Estratto della Tesi di Anna Antinnori

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9 Dimostra, in questo modo, la preoccupazione del capocomico per la buona riuscita anche economica di un allestimento teatrale e non solo la sua presunta avarizia. La nuova professionalità implica anche la serietà nel “far di conto” e, dietro il sipario aperto su una scena vuota da prova generale, lo spettatore vede pure la “merce”. Teatro come microcosmo di una Venezia composta anche da un ceto mercantile che ambisce alla virtù, alla reputazione, ma anche ad un riconoscimento culturale prima appannaggio solo degli aristocratici. Nonostante tanta critica del passato abbia visto nella riforma di Goldoni una metafora delle esigenze borghesi e le nuove commedie goldoniane come un manifesto di queste esigenze 23 , le sue esperienze lavorative con i nobili Grimani (con i quali Goldoni ha iniziato la sua carriera) e i Vendramin (proprietari del teatro San Luca, dove Goldoni inizierà a lavorare dal 1753), sono la riprova che l’autore veneziano non parteggiava per nessuna classe sociale in particolare. Anzi, il successo della sua pièce riformata fu proprio quello di veder riconoscere in ognuno la propria immagine riflessa in scena 24 , alla ricerca di un’universalità di valori, che, secondo Goldoni, erano validi per tutti. Una volta “educati” gli attori, anche gli spettatori dovevano entrare in questo disegno di cambiamento e svolta e Goldoni li rende da subito partecipi di ciò che è stato e che da ora in poi non sarà più. Sarà una visione del mondo a dover cambiare: se lo spettatore cambierà rispettando il lavoro dell’attore, ne potrà giovare anch’egli, uscendo da quel teatro migliorato e ben educato. Per dirla con Ginette Herry «se ognuno si educa, si riforma, allora l’addizione di tutti questi ognuno costituirà un insieme civile» 25 . Orazio parla del pubblico, il cui gusto va educato, manovrato, ma con cautela e prudenza: […] una volta il popolo andava alla commedia solamente per ridere, e non voleva vedere altro che le maschere in iscena; e se le parti serie facevano un dialogo un poco lungo, s’annoiavano immediatamente: ora si vanno avvezzando a sentir volentieri le parti serie, e godono le parole e si compiacciono degli accidenti, e gustano la morale, e ridono dei sali e dei frizzi cavati dal serio medesimo, ma vedono volentieri le maschere, e non bisogna levarle del tutto, anzi convien cercare di bene allogarle e di sostenerle con merito nel loro carattere ridicolo, anche a fronte del serio più lepido e più grazioso (II,10) Questo coinvolgere il pubblico ad ogni dubbio dell’autore, non deve esser inteso come una «teatralizzazione di premesse ideologiche» del Nostro ed ogni battuta dei personaggi non va 23 Per fare solo un esempio, cfr. Pino Fasano, Il comico onorato, cit., pp. 67-68. 24 Cfr. Ginette Herry, Il Teatro comico o il prezzo della riforma, cit., p. 21. 25 Ivi, p. 20.
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Il "Teatro comico" di Carlo Goldoni e la rappresentazione di Marco Bernardi

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Informazioni tesi

  Autore: Anna Antinnori
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Letteratura musica e spettacolo
  Relatore: Valeria Giulia Adriana Tavazzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 69

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