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Governo dell'epidemia e linea della razza

Informazioni tesi

  Autore: Francesca Romeo
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Federica  Giardini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 103

Il presente lavoro è volto ad analizzare il processo di stigmatizzazione dello straniero durante periodi di crisi come quelli rappresentati dalle epidemie.
Partendo da una trattazione di carattere teorico, nel primo capitolo si analizzeranno i concetti base a fondamento dell'ostilità nei confronti dell'Altro, dello straniero: l'essere umano infatti è per natura un essere timoroso, rivestito di milioni di paure; l'essenza stessa della paura fa sì che l'Altro venga scambiato per la panacea di tutti
i mali. È la paura indirizzata verso l'Altro che permette l'esorcizzazione della paura stessa, che sia legata all'instabilità economica, all'instabilità emotiva o a quella politica. L'uomo deve potersi immunizzare dalla minaccia biologica e sociale rappresentata dall'esterno, da ciò che si colloca al di fuori di una comunità e lo fa attraverso una dialettica negativa che esteriorizza il male, il batterio rappresentato da tutto ciò che gli è distante fisicamente e moralmente. Questo processo raggiunge il suo culmine con l'epidemia della paura, un'epidemia di idee, di sospetti che dilagano proprio come dilaga un virus contagioso. Gli esseri umani sembrano assoggettati ad una forza irrazionale che li spinge a ricercare in tutti i modi una minaccia tangibile, un colpevole della diffusione della malattia: si va creando un'organizzazione sociale includente-escludente in cui da una parte vi è la comunità colpita dal male e dall'altra un sottogruppo o una minoranza additata come causa del fenomeno naturale, come categoria altamente a rischio, come capro espiatorio. Il risultato è una patologizzazione morale della natura, una mescolanza di dimensioni dove non vi è più confine tra ciò che è naturale è ciò che è propriamente morale o additabile all'uomo: tutto si fonde e si sovrappone in un unicum indistinguibile. È poi l'imprevedibilità di alcuni rischi e pericoli endemici che porta l'individuo a demoralizzare la propria responsabilità nei confronti degli Altri: gli stranieri, gli immigrati, gli Altri sono corpi dove risiedono strane malattie tropicali, sono agenti sporchi e senza alcun senso dell'igiene, sono un pericolo per la salute pubblica. La formazione di opinioni di questo tipo sembrano accentuarsi quando si fa riferimento alla relazione tra insiders e outsiders nella dimensione dello spazio. Lo straniero fa paura, terrorizza perché è sia vicino sia lontano: è vicino fisicamente, ma lontano culturalmente poiché si colloca al di fuori dei confini tracciati da una comunità. Lo straniero in quanto incarnazione dell'incertezza è percepito come una sostanza “vischiosa” che risucchia la nostra libertà, il nostro potere d'azione ostacolando la piena realizzazione di ogni individualità. Ecco dunque che nei periodi di crisi sanitaria risulta facile colpevolizzare gli Altri: gli Ebrei avevano avvelenato i pozzi durante l'epidemia di peste per uccidere il maggior numero di cristiani e avevano diffuso la sifilide insieme agli Indios lussuriosi; i Cinesi erano colpevoli di aver diffuso la peste a causa della loro cattiva igiene e delle loro strane abitudini, gli Haitiani erano colpevoli di aver diffuso il colera perché sudici e senza igiene, i lavoratori irlandesi di Duffy's Cut furono brutalmente uccisi in quanto ritenuti responsabili di aver diffuso il colera; gli Afro-brasiliani poi furono accusati di uccidere l'immigrazione sana proveniente dall'Europa diffondendo la febbre gialla, gli Afro-cubani furono accusati di diffondere la tubercolosi tra la popolazione bianca di Cuba, i Sud-Africani furono esclusi dalle politiche sanitarie elaborate nel periodo dell'AIDS, i Cinesi furono pesantemente discriminati durante l'epidemia di SARS, così come i Chilangos messicani durante l'epidemia di influenza suina. Molti sono i casi di biologizzazione e razzializzazione del sociale e l'obiettivo del presente lavoro è proprio quello di porre in evidenza questi meccanismi. Meccanismi che sono senz'altro familiari, data l'attuale pandemia di Covid-19 che ha investito il globo intero. Proprio in virtù dell'apparizione di questo nuovo virus, si è voluto dedicare il Capitolo 3 all'elaborazione di un sondaggio descrittivo-informazionale volto ad osservare quanto in Italia l'impatto di questa nuova crisi biologica abbia inciso sulla percezione della comunità asiatica e degli immigrati come categorie a rischio, soprattutto nel periodo che intercorre tra luglio e settembre 2020. L'analisi, condotta telematicamente attraverso Google moduli, è paragonabile ad una fotografia della relazione italiani-stranieri nel primo periodo della pandemia. Data poi la continua evoluzione di quest'ultima, ci si è limitati ad interpretare i risultati raccolti senza elaborare ipotesi non convalidabili concretamente.

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  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2019-20
  Università: Università degli Studi Roma Tre
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  Lingua: Italiano
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Introduzione Il presente lavoro è volto ad analizzare il processo di stigmatizzazione dello straniero durante periodi di crisi come quelli rappresentati dalle epidemie. Partendo da una trattazione di carattere teorico, nel primo capitolo si analizzeranno i concetti base a fondamento dell’ostilità nei confronti dell’Altro, dello straniero: l’essere umano infatti è per natura un essere timoroso, rivestito di milioni di paure; l’essenza stessa della paura fa sì che l’Altro venga scambiato per la panacea di tutti i mali. È la paura indirizzata verso l’Altro che permette l’esorcizzazione della paura stessa, che sia legata all’instabilità economica, all’instabilità emotiva o a quella politica. L’uomo deve potersi immunizzare dalla minaccia biologica e sociale rappresentata dall’esterno, da ciò che si colloca al di fuori di una comunità e lo fa attraverso una dialettica negativa che esteriorizza il male, il batterio rappresentato da tutto ciò che gli è distante fisicamente e moralmente. Questo processo raggiunge il suo culmine con l’epidemia della paura, un’epidemia di idee, di sospetti che dilagano proprio come dilaga un virus contagioso. Gli esseri umani sembrano assoggettati ad una forza irrazionale che li spinge a ricercare in tutti i modi una minaccia tangibile, un colpevole della diffusione della malattia: si va creando un’organizzazione sociale includente-escludente in cui da una parte vi è la comunità colpita dal male e dall’altra un sottogruppo o minoranza additata come causa del fenomeno naturale, come categoria altamente a rischio, come capro espiatorio. Il risultato è una patologizzazione morale della natura, una mescolanza di dimensioni dove non vi è più confine tra ciò che è naturale è ciò che è propriamente morale o additabile all’uomo: tutto si fonde e si sovrappone in un unicum indistinguibile. È l’imprevedibilità di alcuni rischi e pericoli endemici che porta l’individuo a demoralizzare la propria responsabilità nei confronti degli Altri: gli stranieri, gli immigrati, gli Altri sono corpi dove risiedono strane malattie tropicali, sono agenti sporchi e senza alcun senso dell’igiene, sono un pericolo per la salute pubblica. La formazione di opinioni di questo tipo sembrano accentuarsi

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