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Il federalismo fiscale: fondamenti teorici ed esperienze istituzionali

La tesi si compone di due parti, la prima tratta delle ragioni economiche del decentramento illustrando i principali contributi in materia (quale il teorema di Oates, il modello del voto con i piedi di Tiebout) e dei suggerimenti provenienti dalla teoria economica in materia di modalita' di finanziamento degli enti decentrati, con particolare riferimento ai trasferimenti.

Nella seconda parte della tesi viene analizzata l'esperienza istituzionale italiana alla luce della riforma del titolo v della costituzione e delle regole del federalismo fiscale e della perequazione dettate dal d. lgs. 56/2000.

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4 1. INTRODUZIONE Il nostro paese sembra essere privo di una radicata tradizione di autonomia regionale. Nella storia preunitaria si sono, infatti, alternati periodi in cui prevalevano poteri municipali e altri dominati dalla presenza di effimeri stati subnazionali. E anche dopo l’unificazione si è affermata un’organizzazione dello Stato che allora fu definita “centralista” e che non prevedeva alcuna forma di autonomia regionale. Molte e diverse furono le ragioni che portarono all’adozione di un tale assetto per lo Stato appena costituito. Forse il timore che forze locali autonomiste potessero vanificare gli sforzi politici e militari fatti, ma anche il generale senso d’instabilità tipico degli Stati appena nati e la suggestione dell’esempio francese napoleonico contribuirono a generare la convinzione che solo il mantenimento dell’impianto centralizzato piemontese avrebbe potuto garantire la coesione e la sopravvivenza stessa del nuovo Stato. Vennero, così, respinte le proposte, che pur non mancarono, di creare accanto a Comuni e Province, le Regioni, quali nuovi grandi enti locali, dotati di una limitata autonomia amministrativa. La soluzione “centralista” fu, ovviamente, confermata dal regime fascista, caratterizzato da un estremo accentramento di ogni potere intorno alla figura del duce e da uno Stato legittimato a interpretare e disciplinare tutti gli interessi individuali e collettivi. La situazione muta radicalmente solo con la Costituzione del 1948, nella quale si prevedeva accanto agli enti locali tradizionali l’istituzione delle Regioni. Con il primo articolo del Titolo V denominato “Le Regioni, le Province, i Comuni” della Parte Seconda della Costituzione (l’art.114 Cost.) l’Assemblea Costituente stabilendo che “la Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni” 1 ha individuato questi enti come articolazioni necessarie del complessivo ordinamento repubblicano, e con l’art.115 Cost. nel quale è stabilito che “le Regioni sono costituite in enti autonomi con propri poteri e funzioni secondo i principi fissati nella Costituzione” 2 ha apportato un’ulteriore innovazione: i poteri e le funzioni attribuiti 1 Articolo sostituito dalla L.Cost. 18-10-2001, n.3, Modifiche al Titolo V della Parte Seconda della Costituzione(art.1) 2 Articolo abrogato dalla L.Cost. 18-10-2001, n.3, Modifiche al Titolo V della Parte Seconda della Costituzione(art.1)

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Grazia Petrone
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e commercio
  Relatore: Vito Peragine
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 69

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Parole chiave

accentramento
d.lgs. 56/200
decentramento
enti locali
federalismo fiscale
fondo perequativo nazionali
legge delega 133/99
perequazione
rappoto stato regioni
riforma titolo v cost
riparto risorse
trasferimenti erariali

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