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Il ritmo del ''farsi dire'' in Carmelo Bene

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3 Bene sceglie un linguaggio scenico giocato sulla contemplazione che lo conduce sulla strada dell’assoluto e dell’incanto. Rispetto al periodo grottesco, a tutto vantaggio della voce che si fa elemento scenico soverchiante, Bene riduce il numero degli attori, gli oggetti in scena e i movimenti attraverso il palcoscenico, trasformando il copione, così, in una “partitura vocale” , in una sorta di spartito letterario fatto non tanto di significati, quanto piuttosto di significanti pronti per essere sussurrati e urlati, declamati con ritmo a tratti monotono e lento e a tratti rapido e nervoso. Gli spettacoli divengono sinfonie in cui le impennate ritmiche e le urla improvvise si alternano ad altrettanto improvvise decelerazioni che finiscono con il placarsi in un andamento artificiosamente oracolare. Bene porta, con il Manfred, alle estreme conseguenze ciò che era già presente in Romeo e Giulietta , in Riccardo III , in Otello , la cui musicalità interiore intrecciava sottilmente due registri: quello della voce- linguaggio-musica che prendeva corpo sulla partitura diretta della scena, e quello della musica vera e propria contrapposta alle acrobazie vocali dell’“uomo-orchestra” Carmelo Bene. Ecco in Manfred che la voce è pura teatralità parlata. L’Otello segna l’addio di Carmelo Bene al teatro di prosa e in effetti basandosi tutto sulla partitura sonora già entrava nel campo della musica; lo scarno ed essenziale Manfred rovescia imprevedibilmente la situazione e restituisce con una cascata di parole in metrica una serata concertistica al dominio della prosa, anzi del grande
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Il ritmo del ''farsi dire'' in Carmelo Bene

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Teresa Tinto
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere moderne
  Relatore: Ettore Massarese
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 82

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