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Arbitrato e funzione giurisdizionale

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sentenza. E a questo punto la Consulta salvava l’istituto da ogni dubbio di incostituzionalità, in quanto rilevava che “quando la parte vuole che il lodo assuma la forza della sentenza, è il magistrato ordinario che provvede: è lui infatti che riveste di imperatività il lodo”. In ultima analisi dunque, era pur sempre lo Stato, attraverso un suo organo, a conferire all’atto privato-lodo il rango di sentenza. Da allora però, la disciplina dell’istituto ha subito profonde innovazioni, fino alla celeberrima legge n. 25 del 1994, alla luce della quale tutta la questione della legittimità dell’arbitrato deve essere ripensata. E’ utile capire fin d’ora perché, ripercorrendo brevemente le tappe di quest’evoluzione legislativa, di cui non poco si tratterà nei prossimi capitoli (8) . La prima legge di riforma dell’arbitrato fu la l. 9 febbraio 1983, n. 28. Prima di allora, esisteva nei confronti dell’istituto l’atteggiamento di maggior ritrosia, più diffidente e quasi di gelosa difesa dei giudici statali, che aveva portato a concepirlo come un iter e giudizio che acquistava giuridica rilevanza ed utilità solo se ed in quanto lo Stato lo avesse fatto suo, se ne fosse appropriato per così dire, incorporandolo in un provvedimento dei propri magistrati: la decisione arbitrale doveva necessariamente ottenere dal pretore un decreto c.d. di esecutività, che in realtà era qualcosa di ben più pregnante che una semplice attribuzione di idoneità a fondare l'esecuzione forzata, poiché solo con quel decreto la decisone arbitrale sarebbe entrata nel mondo del diritto e vi sarebbe entrata come “sentenza”. Insomma il lodo non aveva alcun valore prima dell’exequatur pretorile. Grazie alla legge del 1983, l’atteggiamento di si è detto mutò radicalmente, divenendo più aperto: il legislatore riconobbe realtà e valore giuridico alla pronuncia degli arbitri in sé e per sé (v. art. 823 ult. comma c.p.c.: “il lodo ha efficacia vincolante tra le parti dalla data della sua ultima sottoscrizione”), senza pretendere di conferire il crisma della giuridicità con atto di giudice e restrinse la necessità di un intervento di quest’ultimo (nella nostra esperienza, tramite il decreto pretorile) alla sola ipotesi in cui si volesse propriamente fare acquistare al lodo la qualità di titolo esecutivo. Ma era ancora il decreto pretorile, e soltanto esso, a permettere altresì alla pronuncia degli arbitri di acquisire l’efficacia di sentenza, come appare chiaro dalla lettera dell’art. 825, 5° comma c.p.c. ex novella 1983: “il decreto del pretore conferisce al lodo efficacia di sentenza”. L’ultima legge di riforma, la legge 5 gennaio 1994, n. 25, fra le moltissime innovazioni, ha eliminato il suddetto 5° comma dell’art. 825 c.p.c., mantenendo invariato tuttavia il disposto secondo cui la pronuncia degli arbitri vincola le parti fra loro fin dalla data della sua ultima sottoscrizione. 8 V. per una veloce ed efficace panoramica sull’argomento, LA CHINA S., L’arbitrato, il sistema e l’esperienza, Giuffré, 1995, pagg. 10 ss.
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Arbitrato e funzione giurisdizionale

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Informazioni tesi

  Autore: Massimiliano De Ciuceis
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1999-00
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Giuseppe de Vergottini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 138

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