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I ''programmi integrati d'intervento'' come strumento di riqualificazione urbana

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9 Se è vero che in quegli anni, la fine dell'epoca dell'espansione edilizia, unita ad una fase storica contrassegnata dalla recessione economica, porta ad un profondo ripensamento degli assetti urbani, frutto della crescita spasmodica dei precedenti decenni, è anche vero che si manifesta a livello di società civile, una forte richiesta di riqualificazione, di recupero, di riconversione - anche sociale - di vaste porzioni di città. Elemento dominante del processo è l’effetto combinato del contemporaneo esaurirsi della fase di crescita urbana, unito al calo di interesse nei confronti della pianificazione urbanistica e dei suoi strumenti tradizionali. E’ evidente che la scarsa capacità operativa dimostrata dal sistema pianificatorio, unita a una crescente stanchezza nei riguardi di ogni sorta di meccanismi di ingegneria procedurale, possano aver accelerato un processo già in atto da tempo. Tale circostanza ha contribuito a fornire una sorta di giustificazione morale alla semplicistica convinzione che l'urbanistica potesse aver perso il suo ruolo principale, diretto ad assicurare uno sviluppo equilibrato del territorio. Dal punto di vista della "pratica" amministrativa, la pianificazione intesa esclusiva- mente come banale attribuzione di indici fondiari perde terreno davanti alla stasi demografica e al radicale cambiamento qualitativo del mercato edilizio. Due le strade percorribili, contrapposte tra loro: la prima, maturata negli ambienti della cultura urbanistica, consisteva nell' avviare una riflessione complessiva sui principi e sugli strumenti di governo del territorio, come in una certa misura è avvenuto qualche anno dopo 3 , in particolare a livello di legislazione regionale 4 . La seconda, per certi versi più agibile, ripiegava sul cosiddetto "piano dei vincoli", interpretando la pianificazione urbanistica come strumento impositivo, finalizzato ad imporre ciò che non si può e non si deve fare. Quest’ ultima è la criticabile soluzione predominante a metà degli anni Ottanta. Da un costante processo di identificazione del piano con il vincolo è derivato un ulteriore motivo di insofferenza nei confronti della disciplina urbanistica e dei suoi strumenti, ritenuti ormai superati o comunque "superabili", mediante le leggi che lo Stato e le stesse regioni emanavano di volta in volta, sotto la spinta delle esigenze straordinarie di turno. Così il piano generale, a sua volta, è diventato lo strumento più scomodo, non essendo stato capace né di attuare le previsioni né di impedire il degrado del territorio e delle risorse (naturali, ambientali, culturali e antropiche) in esso presenti. Questi anni sono contraddistinti dalla totale mancanza di strumenti efficaci, dall'atavica carenza di finanziamenti certi per attuare le previsioni urbanistiche e dalla manifesta debolezza del piano vincolistico di fronte alle esigenze della comunità e del mercato. 3 Nel XXI Congresso di Bologna (1995) l'INU lancia una proposta di riforma delle regole e dei principi dell’ urbanistica. 4 La prima legge regionale per il governo del territorio è la legge Toscana n. 5 del gennaio 1995. Da allora ad oggi sono ormai pochi gli enti territoriali che non abbiano legiferato su questa materia proponendo - secondo le più variegate declinazioni - alcuni dei temi cari alla proposta dell'INU come, ad esempio, la separazione tra pianificazione strategica e pianificazione operativa.
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Informazioni tesi

  Autore: Orfeo Zaffiri
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Architettura
  Corso: Architettura
  Relatore: Paolo Urbani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 155

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Parole chiave

complessi urbanistici
consensuale
intervento riqualificazione
legge 179/1992
nuovo piano reglatore
partecipata
programma integrato intervento
programmi riqualificazione urbanistica
urbanistica

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