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La posizione delle confessioni religiose all'interno del procedimento di intesa

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8 nonostante rigetti ogni forma di confessionismo, rimanendo consapevole della funzione sociale della religione, si pone un limite (mediante le regola della bilateralità) alla possibilità di disciplinare unilateralmente i propri rapporti con le chiese. D’importanza fondamentale per la laicità dello Stato e per le garanzie offerte all’autonomia delle confessioni religiose è la regola espressa dal primo comma dell’art. 8 cost. che sancisce l’uguale libertà davanti alla legge di tutte le confessioni. 2. Esso spetta ugualmente tanto ai credenti quanto ai non credenti, siano essi atei o agnostici (sentenza n. 117 del 1979) e comporta la conseguenza, che in nessun caso il compimento di atti appartenenti , nella loro essenza, alla sfera della religione possa essere l’oggetto di prescrizioni obbligatorie derivanti dall’ordinamento giuridico dello Stato. Questa possibilità viene del tutto esclusa (erga omnes, per credenti e non credenti), poiché allo Stato non è dato di interferire, come che sia, in “un ordine” che non è il suo, se non ai fini e nei casi previsti espressamente dalla Costituzione (sentenza n. 85 del 1963). È in causa la natura stessa dell’essere religioso, ciò che, nell’ordine civile, per l’ordinamento costituzionale può essere solo manifestazione di libertà e come tale non può essere oggetto di una prescrizione obbligante, indipendentemente dalla irrilevante circostanza che l’atto di significato religioso sia conforme, estraneo o contrastante rispetto alla coscienza religiosa dell’individuo. La prescrizione di pratiche aventi significato religioso da parte dello Stato è esclusa sempre, in conseguenza dell’appartenenza della religione a una dimensione estranea a quella dello Stato e dell’ordinamento giuridico, al quale spetta solamente il compito di garantire le condizioni che favoriscano l’espansione della libertà di tutti e, in questo ambito, della libertà religiosa. A ciò corrisponde poi il divieto allo Stato di ricorrere a obbligazioni di ordine religioso al fine di rafforzare l’efficacia dei propri precetti. La distinzione tra “ordini” distinti, che caratterizza nell’essenziale il fondamentale o “supremo” principio costituzionale di laicità o non confessionalità dello Stato (sentenze n. 203 del 1989 e 195 del 1993), significa che la religione e gli obblighi morali che ne derivano non possono essere imposti come mezzo al fine dello Stato. Si ritiene altresì violata la suddetta distinzione tra gli ordini, imposta dal principio di laicità, dalla previsione dell’articolo oggetto di vaglio, per la quale si configura in capo ad un organo statuale, nella specie il giudice, il dovere di “ammonire” il giurante sulla “importanza religiosa” del giuramento e nella parte in cui il giurante è tenuto ad esprimere la propria consapevolezza circa la responsabilità che col giuramento egli assume davanti a Dio. Risulta da queste norme un’inammissibile commistione: un obbligazione di natura religiosa e il vincolo che ne deriva nel relativo ambito sono imposti per un fine probatorio proprio dell’ordinamento processuale dello Stato. L’eliminazione dalla formula di ogni riferimento alla religione non equivale a “secolarizzarne” il significato, poiché una simile operazione confliggerebbe a sua volta con la coscienza dei credenti, per i quali l’intrinseco valore religioso del giuramento non può essere escluso. Ha in vece il significato di un atto concepito da un ordinamento pluralista che, riconoscendo l’eterogeneità delle posizioni di coscienza, non fissa il quadro di valori di riferimento e quindi né attribuisce né esclude connotazioni religiose al giuramento che esso chiama a prestare. La Corte aggiunge poi che la dichiarazione di incostituzionalità del riferimento alla responsabilità che si assume davanti a Dio deve estendersi al riferimento alla responsabilità davanti agli uomini. Ciò non solo perché, altrimenti, dalla dichiarazione d’incostituzionalità dei soli riferimenti alla divinità potrebbe apparire sancita una sorta di religione dell’umanità, ma anche perché, mantenendosi il riferimento ad un solo contenuto di valore, implicitamente si escluderebbero tutti gli altri (fonte: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato).
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La posizione delle confessioni religiose all'interno del procedimento di intesa

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Informazioni tesi

  Autore: Paolo Anti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Enrico Gustavo Vitali
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 216

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