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Il Settecento secondo Stanley Kubrick: "Barry Lyndon"

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Però, tutta questa acribia filologica (o questa illusione filologica) ancora non bastava a Kubrick. Ci voleva qualcosa di mai realizzato prima, qualcosa che potesse restituire completamente le atmosfere settecentesche viste nei dipinti, l’essenza stessa di quei quadri, di un tempo e della pittura stessa: la luce. E non solo la luce in esterni, per cui si girava solo quando c’erano gli effetti giusti, ma anche quella degli interni: fino ad allora, tutti i film ambientati in un passato “storico”, erano stati girati utilizzando la luce elettrica che illuminava degli ambienti presumibilmente rischiarati solo dalle candele. Così, nonostante il visibile tremolio delle fiammelle, l’illuminazione degli interni era completamente falsata da fari elettrici che rovinavano il bagliore caldo e incantato delle candele. Negli anni ’70 non esisteva né un tipo di obiettivo né una pellicola che potesse restituire la fioca luce delle candele. Ma, mentre progettava il suo film, Kubrick venne a sapere che la Zeiss aveva messo a punto, per il programma spaziale Apollo della Nasa, un nuovo sensibilissimo obiettivo costruito appositamente per le fotografie satellitari: “Era cento volte più veloce del più veloce obiettivo cinematografico” 15 . La disponibilità di una lente del genere dava a Kubrick la possibilità di spingersi oltre i limiti della fotografia cinematografica del tempo e di ricreare quell’universo che andava vagheggiando: “La luce delle candele, combinata con le autentiche architetture dell’epoca, avrebbe creato una purezza di immagine che avrebbe permesso di ritrarre il diciottesimo secolo con il realismo pittorico di un documentario” 16 . E, la fotografia del bravissimo John Alcott, letteralmente dipingeva con la luce: “Con questo obiettivo era ormai possibile girare in condizioni di luce così minima che era difficile leggere. Per le scene in interni di giorno usammo la luce reale che proveniva dalle finestre” 17 . La cura maniacale con cui il regista compose tutte le inquadrature del film a partire da quadri di autori del Settecento inglese, non deve essere vista come il frutto di un compiacimento intellettuale, un vezzo figurativo, ma l’assunzione consapevole di un codice. Raccontare la Storia significa, allora, per Kubrick, ricostruirne la tradizione dell’immaginario, una vera e propria visione della Storia che la consegna inesorabilmente al passato. Così Alcott, il direttore della fotografia: Cercavamo di riprodurre le situazioni decise in base alla ricerca, e di riferirci ai disegni e ai dipinti previsti per la giornata – in che modo erano illuminate le stanze e così via. Le composizioni effettive delle nostre inquadrature erano molto fedeli ai disegni dell’epoca 18 . La filosofia cinematografica kubrickiana opera scopertamente il primo atto fondamentale di ogni discorso sul reale (e quindi sulla sua rappresentazione): dichiarare attraverso quale mediazione si definisce il reale come tale. Significativamente, così Alberto Moravia si espresse sul film: Kubrick poteva scegliere tra due strade: quella realistica cioè degli ambienti come erano realmente; oppure quella degli ambienti come il Settecento, attraverso la sua arte, ci fa capire che avrebbero voluto che fossero. Ha scelto quest’ultima strada e ne è venuta fuori una galleria di dipinti di autori inglesi dell’epoca... cioè di pittori che hanno espresso il sogno di razionalità, di ordine, di grazia, di nitore, di sensibilità e di compostezza di un secolo demoniaco, sudicio, cinico, empio, insensibile e turbolento 19 . 15 Kubrick citato in M. Ciment, Kubrick cit., p. 182. 16 V. LoBrutto, Stanley Kubrick cit., pp. 403-404. 17 Kubrick citato in M. Ciment, Kubrick cit., p. 182. 18 Ivi, p. 412. 19 Citato in Enrico Ghezzi, Stanley Kubrick, l’Unità/Il Castoro, Milano 1995, p. 114.

Anteprima della Tesi di Davide Magnisi

Anteprima della tesi: Il Settecento secondo Stanley Kubrick: "Barry Lyndon", Pagina 6

Tesi di Specializzazione/Perfezionamento

Autore: Davide Magnisi Contatta »

Composta da 76 pagine.

 

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