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Enduring Freedom. Retorica umanitaria e spersonalizzazione nella nuova guerra in Afghanistan

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4 La tutela dei diritti umani viene posta come discriminante dell’accettabilità o meno di un regime e, talvolta, della possibilità di considerare persone i suoi esponenti. Contemporaneamente, anche grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione, il pubblico può seguire un’altra narrazione dell’Afghanistan, sviluppata dagli operatori umanitari e dalle organizzazioni non governative impegnate nelle difesa dei diritti umani. Pur con molte differenze, le Ong adottano il punto di vista delle persone coinvolte nel conflitto e raccontano la guerra da questa prospettiva, il suo sviluppo cronologico, l’attribuzione di ruoli ai partecipanti. L’elemento che maggiormente differenzia questa narrazione da quella condotta dai media mainstreaming è il concentrarsi sulla gente: gli afgani non sono mai massa anonima, ma sono sempre persone, storie individuali di cui si cerca di mettere in luce le peculiarità e, contemporaneamente, il valore esemplare. Sono storie di grande sofferenza, talvolta di morte, ma anche racconti di importanti vittorie, di persone che sono riuscite a superare le difficoltà grazie all’aiuto delle organizzazioni umanitarie. Lo spettacolo del dolore costituisce da sempre un problema: la morte, già tabù nel teatro greco, è stata sempre più allontanata dalla vista degli uomini nella società occidentale durante il XX secolo. Mostrare e osservare la sofferenza altrui è spesso considerato morboso, un atto da voyeur. Solo l’azione volta a porre fine a tale pena può fornirci una giustificazione morale 5 , di fronte agli altri e a noi stessi. Possiamo rifiutare di osservare il dolore, ma se lo vediamo ci sentiamo in dovere di fare qualcosa. Attraverso i media assistiamo al dolore di popolazioni che vivono a migliaia di chilometri di distanza da noi e ciò impone una trattazione paradossale della loro sofferenza. Visto che l’empatia si può realizzare solo nei confronti di altre persone, e non di masse, i sofferenti devono essere trattati come singoli, ma attraverso l’accumulo di tante storie individuali il loro dolore deve poter essere generalizzato: Jamila, Ahmad, Walid sono esempi di una condizione diffusa. Se riusciamo a percepire le loro sofferenze, ci sentiremo impegnati moralmente a cercare di alleviarle, attraverso le forme della parola agente o aiutando materialmente chi, sul campo, si prende cura degli infelici. 5 Cfr. Susan Sontag (Regarding the Pain of Others, 2003. Traduzione italiana di Paolo Dilonardo, Davanti al dolore degli altri, Mondatori, Milano, 2003) e Luc Boltanski (La Souffrance à distance, Éditions Métailié, Paris, 1993. Traduzione Italiana di Barbara Bianconi, Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000).
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Informazioni tesi

  Autore: Ilaria Buselli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Siena
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Enrico Menduni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 390

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Parole chiave

afghanistan
diritti umani
guerra umanitaria
intervento umanitario
media e guerra
organizzazioni non governative
spettacolo del dolore

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