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Premessi cenni di natura sostanziale e processuale sull’istituto della applicazione della pena su richiesta delle parti (art. 444 ss. c.p.p.), il candidato si soffermi ad analizzare il contenuto del potere del giudice di valutare la correttezza e congruità dell’accordo raggiunto tra le parti.

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3 continua a suscitare questioni e problematiche non solo di carattere strettamente giuridico. Per comprenderlo a fondo nelle sue specificazioni occorre previamente analizzare la nascita della negozialità nel nostro ordinamento giuridico. Nell’ordinamento italiano la possibilità di “negoziare” la pena trova le sue radici nel sistema penitenziario: invero, determinatasi progressivamente la rottura della corrispondenza della pena in fase esecutiva al giudicato, il nostro sistema di giustizia penale viene ricompreso all’interno di un modello di pena flessibile, ove la sofferenza legale giudizialmente determinata con riferimento ai parametri di cui all’art. 133 c.p. finisce per offrirsi come virtuale nei confronti di quella effettivamente patita. A fare corso dalla legge n. 354 del 1975 e, in seguito, con la riforma operata dalla legge n. 663 del 1986 (c.d. legge Gozzini), si è assistito ad un mutamento nei confronti di una tradizione ancorata al principio della intangibilità del giudicato. Siffatto mutamento è stato il frutto di un progressivo processo di autonomia del momento esecutivo della pena, per finalità utilitaristiche 3 . E questa progressiva autonomia si è anche realizzata con l’attribuire ad organi della giurisdizione (in primis il Tribunale di Sorveglianza) la facoltà di modificare la quantità e qualità della pena meritata. Così, ad un primo “scambio negativo” (equivalenza fra reato e pena) che si opera nella fase di commisurazione della pena al “fatto di reato”, si è venuto contrapponendo, in fase esecutiva, la praticabilità di uno “scambio positivo” o “scambio penitenziario”, tra parte o intensità della sofferenza legale con altro: buona o cattiva condotta carceraria, progressi o fallimenti nel processo di risocializzazione, collaborazione con la giustizia. Sulla base di queste considerazioni, nel tentativo di creare un procedimento speciale ispirato al plea bargaining di origine anglosassone ed in un’ottica di spiccata (quanto inevitabile) economia processuale, in ossequio all’art. 2, n. 45, della legge delega al Governo per l’emanazione del vigente 3 Cfr., PAVARINI M., Introduzione, in MONTAGNI A., Il patteggiamento della pena, Maggioli, Rimini, 2004, p. 7 e ss.; l’Autore osserva come “il sistema della politica non si è mai limitato a perseguire scopi di utilità sociale attraverso la penalità in astratto (penalità edittale), ma costantemente ha governato anche la penalità in concreto per necessità utilitaristiche: governo del carcere, economia finanziaria, consenso politico”. Dello stesso Autore si veda anche ID., Lo scambio penitenziario. Manifesto e latente nella flessibilità della pena in fase esecutiva, Martina, Bologna, 1996, p. XII e ss. Analizza la questione anche DONINI M., Non punibilità ed idea negoziale, relazione inedita, svolta il 15 febbraio 2001 presso l’Istituto di applicazione forense A. Redenti della Facoltà di Giurisprudenza di Bologna, laddove l’Autore sostiene che il sistema di diritto penale per la pena si regge su criteri giustificativi che impongono che la reazione ad un delitto sia conforme ad utilità sociale. I sistemi di diritto penale pre-moderni si basavano, invece, su criteri di giustizia e non su criteri di utilità sociale. La penalità è la produzione artificiale volontaria aggiuntiva di un handicap ad un soggetto con carattere di effettività. L’art. 27 Cost. enuncia il fine rieducativo della pena detentiva, ma in ogni caso essa comporta un handicap, un deficit. La punibilità abbraccia istituti sostanziali e processuali; è un concetto di tipo funzionale, vale a dire, orientato verso le conseguenze, non dogmatico. La punibilità deve spiegare perché un reo non viene punito dopo che abbia commesso un fatto tipico, antigiuridico e colpevole. La categoria dogmatica al di fuori della teoria del reato è quella della non punibilità, la quale è in contrasto con la concezione di Beccarla (pena certa ed infallibile), nonché con la concezione retribuzionistica classica (nullum crimen sine poene). La prima concezione è errata perché l’ordinamento non è in grado di applicare la pena alla miriade di reati previsti; errata parimenti risulta essere l’idea retribuzionistica, atteso che si risolve in un errore teleologico giacché lo Stato persegue in modo laico obiettivi di orientamento culturale. La pena non deve essere applicata tutte le volte che contrasta con siffatto scopo. Il patteggiamento è un elemento di più ampio concetto, modifica il diritto penale, non solo la procedura penale. In un sistema ad obbligatorietà dell’azione penale, occorre fare i conti nel rapporto non-punibilità/negozialità/processo. Tra i fini del processo, invero, importanza riveste la composizione dei conflitti non il mero accertamento del diritto. Il patteggiamento è pena senza accertamento, il giudice non fa neppure la udienza preliminare, non viene a momenti neanche investito della causa”.
Anteprima della tesi: Premessi cenni di natura sostanziale e processuale sull’istituto della applicazione della pena su richiesta delle parti (art. 444 ss. c.p.p.), il candidato si soffermi ad analizzare il contenuto del potere del giudice di valutare la correttezza e congruità dell’accordo raggiunto tra le parti., Pagina 2

Informazioni tesi

  Autore: Mauro Barraco
  Tipo: Tesi di Specializzazione/Perfezionamento
Specializzazione in Professioni Legali
Anno: 2004
Docente/Relatore: Giorgio Spangher
Istituito da: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 28

FAQ

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