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A partire da Marcel Mauss: il paradosso del dono fra reciprocità e dispendio.

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11 fondamentale per comprendere la profonda differenza che ci separa dalla filosofia greca classica e, come si vedrà in seguito, da tutto il pensiero cosiddetto tradizionale: “se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestatamene qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città” 18 . Ma, più precisamente, in cosa consiste questo bene, questo fine supremo a cui ogni uomo tende? La risposta che ci da Aristotele è la più ovvia, proprio perché comune tanto alla moltitudine che alle persone colte: questo bene non è nient’altro che la felicità. Tuttavia, l’omogeneità è solo apparente e si limita all’uso del termine ευ̉δαιµονία : ben più profondi si rivelano, invece, i contrasti qualora ci si voglia addentrare nel tentativo di “de- finire” in che cosa effettivamente consista la felicità stessa. Ad essere in gioco è il problema dell’essenza umana e così se l’homo oeconomicus può essere inteso, in qualche modo, come la risposta data dall’uomo moderno al problema del fine supremo dell’agire, l’analisi condotta da Aristotele intorno alle opinioni più diffuse sul tipo di vita migliore può aiutarci, nel mostrarne le contraddizioni, a comprendere l’errore di prospettiva in cui è caduta la modernità e che è la causa del suo “disagio”. Innanzitutto bisogna cominciare da ciò che è noto e, quindi, dall’opinione del volgo il quale identifica la felicità con il piacere e ama “la vita di godimento”; in secondo luogo, si deve considerare il pensiero delle “persone distinte e predisposte all’azione” le quali pongono il bene nell’onore; infine, vi è il tipo di vita contemplativo. La critica rivolta alla concezione della felicità propria degli uomini della massa è radicale: infatti, costoro “si rivelano veri e propri schiavi, scegliendosi una vita da bestie” 19 . Bisogna precisare il fatto che Aristotele critica la ricerca del piacere come fine e non il piacere stesso, in quanto esso “perfeziona l’attività…come un completamento che vi si aggiunge” 20 . 18 Ivi, I 1094 b 7-10; cfr. ARISTOTELE, Politica cit., p.31, dove Aristotele sostiene che “nell’ordine naturale la città precede la famiglia e ciascuno di noi. Infatti il tutto precede necessariamente la parte…E’ dunque chiaro che la città è per natura e che è anteriore all’individuo, perché se l’individuo, preso da sé, non è autosufficiente, esso sarà rispetto al tutto nella stessa relazione in cui lo sono le altre parti”. 19 Ivi, I 1095b 15sg. 20 Ivi, X 1174b 24sg. Aristotele distingue vari tipi di piacere a seconda dell’attività a cui si accompagnano: coloro i quali non sono in grado di gustare un piacere puro, proprio dell’attività contemplativa, si rifugiano nei piaceri del corpo non rendendosi conto che in tal modo tradiscono quell’essenza che li caratterizza in quanto uomini. A questo proposito si confronti ivi, X 1176 b 28-30, dove Aristotele precisa che “la felicità, dunque, non sta nel divertimento: e, in effetti, sarebbe strano che il fine dell’uomo fosse un divertimento, e che ci si affaticasse e si soffrisse per tutta la vita al solo scopo di divertirsi…Darsi da fare ed affaticarsi per il divertimento è manifestamente stupido e troppo infantile”.
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A partire da Marcel Mauss: il paradosso del dono fra reciprocità e dispendio.

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Informazioni tesi

  Autore: Cristina Tagliabò
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Bruna Giacomini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 198

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Parole chiave

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legame sociale
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