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A partire da Marcel Mauss: il paradosso del dono fra reciprocità e dispendio.

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12 A proposito della vita dedicata alla ricerca dell’onore, assimilabile alla vita politica, l’obiezione che Aristotele le rivolge è più sottile: l’incompletezza di questo tipo di esistenza sta nel fatto che l’onore dipende dagli altri, mentre la felicità deve bastare a se stessa ed essere in sé compiuta. L’onore, infatti, sta “più in chi onora che in chi è onorato, mentre il bene è qualcosa di intimamente proprio ed inalienabile” 21 . Molto spesso, poi, uno dei motivi che spingono gli uomini a perseguire l’onore è quello di essere ammirati da uomini di senno e virtuosi, così da poter credere di essere loro stessi buoni. In tal senso è, dunque, la virtù ad essere superiore, ma nemmeno quest’ultima può essere identificata con la felicità, perché “anch’essa è troppo imperfetta: si ammette, infatti, che sia possibile che chi possiede la virtù si trovi in stato di sonno o di inattività per tutta la vita, e che per giunta patisca i più grandi mali e le più grandi disgrazie: ma nessuno chiamerebbe felice uno che vivesse in questo modo, se non per difendere ad ogni costo la propria teoria” 22 . Nessuna critica viene, in questa sede, rivolta alla vita contemplativa, detta anche vita filosofica, ma nel corso della trattazione Aristotele sottolinea il fatto che, sebbene solamente da essa derivi la felicità perfetta, tuttavia questo tipo di esistenza non sia perseguibile dall’uomo in quanto tale con continuità: “una vita di questo tipo sarà troppo elevata per l’uomo: infatti, non vivrà così in quanto è uomo, bensì in quanto c’è in lui qualcosa di divino” 23 . Ora, questi tre tipi di vita, più o meno sottoposti a critica, vengono in qualche modo riconosciuti da Aristotele, ma vi è un ultimo modo di condurre l’esistenza che egli tratta solo a margine e con il più totale disprezzo: la vita dedicata alla ricerca del guadagno. Essa, infatti, “è di un genere contro natura, ed è chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato” la quale “ha valore solo in quanto utile, cioè in funzione di altro” 24 . Ridurre l’uomo all’ homo oeconomicus significa destinarlo a una vita innaturale ed, in fondo, folle; significa non comprendere la distinzione fra semplici mezzi e fini e, dunque, limitare lo scopo dell’esistenza al semplice vivere invece che tendere a una vita buona. Per comprendere quanto detto, cioè l’assurdità della vita dedita al guadagno, è necessario analizzare, nella consapevolezza della corrispondenza fra l’individuo e la πόλις, la differenza che Aristotele pone fra l’economia e la crematistica 25 , in particolar modo in riferimento al loro rapporto con la politica. 21 Ivi, I 1095 b 25-28. 22 Ivi, I 1095 b 32 – 1096 a 4. 23 Ivi, X 1177 b 25sg. 24 Ivi, I 1096 a 6-8. 25 Cfr. M.V. FERRIOLO, Aristotele e la crematistica, Firenze 1983.
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A partire da Marcel Mauss: il paradosso del dono fra reciprocità e dispendio.

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Informazioni tesi

  Autore: Cristina Tagliabò
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2000-01
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: BrunaGiacomini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 198

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Parole chiave

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legame sociale
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