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La lingua dei diavoli nell'Inferno dantesco

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XVI poesia: facendo una lettura simmetrica dei canti della Comedìa, notiamo che Pd XXVI contiene un affermazione di Adamo che ci rimanda a Ulisse e ad If XXVI: Or, figliuol mio, non il gustar del legno fu per sé la cagion di tanto essilio, ma solamente il trapassar del segno. 18 Il peccato di Adamo è lo stesso di quello commesso da Ulisse: la presunzione, la superbia di oltrepassare il «segno» posto da Dio, il limite per la conoscenza del bene e del male 19 . Mangiando il frutto proibito, Adamo ha volutamente tentato di superare quel limite, come Ulisse nella sua impresa: […] misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto. […] e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, 18 Pd XXVI 115-117. 19 «Al di là del valore che assume sul piano strettamente linguistico, la “ritrattazione” ripropone il motivo della mutabilità di ogni cosa terrena con ciò che comporta da una parte di denuncia dell’orgoglio e dell’autosufficienza e dall’altra del riconoscimento della libertà e della dignità umana. Si chiarisce così ulteriormente il senso della presenza di Adamo, depositario di una verità sull’uomo consistente nel riconoscimento dei suoi limiti e nel contempo del disegno di Dio (nel quale si colloca la missione del poeta) che ne vuole comunque la salvezza. Ma questa verità, ribadita anche dall’ultima risposta di Adamo, il quale afferma di aver dimorato nel Paradiso Terrestre, dapprima innocente e poi colpevole, soltanto sette ore, è quella stessa adombrata dalla cecità del poeta nella prima parte del canto. Il volo che Dante sta per spiccare in direzione del Cielo cristallino non è un “folle volo”» (G. RATI, Il canto XXVI del “Paradiso”, cit., pp. 36-37).

Anteprima della Tesi di Valeria Pilone

Anteprima della tesi: La lingua dei diavoli nell'Inferno dantesco, Pagina 10

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Valeria Pilone Contatta »

Composta da 118 pagine.

 

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