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Il restauro virtuale

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Introduzione 7 Se infatti per restauro si intende il ripristino della leggibilità e dell’unità formale dell’opera d’arte in uno stadio il più vicino possibile a quello originale 4 , allora sarà chiaro che solo un adeguata ricerca all’indietro nel tempo potrà determinare quale fosse effettivamente questa condizione iniziale, ovvero l’aspetto che essa aveva all’atto della sua creazione 5 a cui si cerca il più possibile di riavvicinarsi. Ed è proprio da questa ricerca che nascono la maggioranza dei contrasti: se da un lato il restauro troverebbe la sua motivazione nel fatto che l’artista, ovviamente, non ha voluto né cercato tutti i degradi cui l’opera è stata successivamente sottoposta dal tempo o dall’incuria (lacune, supporto a vista, perdita di unità formale, sbiadimento dei colori, ecc…), dall’altro «la stessa natura del tempo, somma di più momenti di un processo, rende impossibile il ritorno ad uno stadio originale, che razionalmente si deve considerare inesistente. Solo un’astrazione può cogliere il tempo nella sua puntualità e il restauro può riferirvisi (cioè allo stato originario) solo attraverso un procedimento di semplificazione di un processo in realtà molto complesso. La fissazione di un momento iniziale nella storia di un’opera è arbitraria, perché questa ha interagito col suo ambiente (forma, luce, volume) ancor prima di nascere» 6 . La storia del restauro mostra molto chiaramente l’evoluzione del pensiero legato ai segni del tempo sulle opere d’arte: la prima reazione verso la comparsa delle sue tracce è stata quella del loro completo e totale annullamento, effettuato a volte dallo stesso autore del manufatto; solo col passare di decenni si è cominciato a percepire il valore storico e non soltanto quello estetico delle opere (solo quelle considerate dei grandi maestri) con la conseguente creazione attorno ad esse di un’aura di rispetto e con la nascita, intorno alla metà del ‘700, della professione del “restauratore” vero e proprio, il cui compito era quello di far sopravvivere le opere al loro naturale processo di degrado 7 . Per la definizione esatta di un “istanza storica” 8 dell’opera d’arte bisogna però aspettare la teoria brandiana e il suo aggiornamento da parte di Umberto Baldini, per il quale «nell’arco del suo tempo-vita l’opera d’arte può subire la sua ‘distruzione’ (thánatos) che può verificarsi per nostra inazione totale (incuria e abbandono al deperimento) come per violento e traumatico accadimento esterno (terremoto, guerra, caduta, incendio, etc.), il prolungamento della sua ‘vita’ (bíos) che si esempla nell’atto fisico della cura materica dell’opera da malattia o perdita (manutenzione e conservazione), la ‘restituzione’ della sua realtà come opera d’arte (éros) nell’ambito dell’esistente che si esempla nel finale atto di filologia critica (atto di restauro). Parimenti in ogni opera d’arte si possono registrare almeno tre atti: il primo è quello della sua realizzazione da parte dell’ ‘artista’; il secondo è quello dell’azione su di essa del ‘tempo’; il terzo è quello dell’azione dell’ ‘uomo’» 9 . Infine, le teorie sul tempo vengono nuovamente messe in discussione con l’avvento dell’arte contemporanea, in cui il restauro non solo in alcuni casi non è richiesto dallo stesso artista, che mira al decadimento del manufatto, ma è spesso e volentieri anche di impossibile realizzazione pratica, poiché l’opera d’arte è un concetto, un messaggio, un’idea, e non il risultato di un processo di lavorazione artigianale o artistica. Indipendentemente dal grado di rispetto che ognuno di questi comportamenti ha nei confronti delle modificazioni subite dai manufatti, comunque, il restauro in sé per sé è un’attività che tenta di “risolvere” il problema del trascorrere del tempo e dei segni del suo passaggio, e che quindi, di fatto, lo rifiuta. In questo senso il restauro virtuale si pone né più né meno che come l’intervento fisico, in quanto ricostruisce (forse ancor più liberamente dell’azione manuale) l’aspetto che l’opera aveva e ora non ha più; ma nello stesso tempo, non interagendo realmente e fisicamente con l’oggetto, garantisce forse anche quello che in alcuni casi è stato definito “restauro mentale”, ovvero «un’attività di ricostruzione 4 Si veda G.BASILE, “Che cos’è il restauro”, Editori Riuniti, Roma, 1989, pp. 34 e 76. 5 Si veda C.BRANDI, “Teoria del restauro”, Einaudi, Torino, 1999, pag. 8. 6 S.BOVA, “Il restauro tra storia e coscienza del tempo”, Trauben Edizioni, Torino, 2002, cit. pag. 48-49. 7 Si veda A.CONTI, “ Vicende e cultura del restauro ”, in AA.VV, “ Storia dell’arte italiana vol. 10 ”, Einaudi, Torino, 1981, pp. 41-52. 8 Si veda C.BRANDI, “Teoria del restauro”, Einaudi, Torino, 1999, pag. 21-37. 9 U.BALDINI, “Teoria del restauro e unità di metodologia”, Nardini Editore, Firenze, 1997, cit. pag. 9.
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Il restauro virtuale

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Informazioni tesi

  Autore: Cristina Uva
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Accademia di Belle Arti
  Facoltà: Pittura e restauro
  Corso: Restauro pittorico
  Relatore: Silvia Gaggioli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 102

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