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Il restauro virtuale

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Parte I – Il restauro virtuale 10 Premessa Il restauro eseguito attraverso il computer è stato da sempre variamente chiamato: il suo nome più diffuso sembra essere restauro elettronico o restauro virtuale, anche se forse, più chiarificante, dovrebbe essere un termine che indichi la metodologia di studio più che il mezzo tecnico adoperato e, precisamente, ripristino iconologico digitale 1 , inteso come studio, analisi ed elaborazione di un’immagine. La scelta di un termine ufficiale risale a «quando, nel 1994, si è trattato di battezzare la proposta metodologica appena nata: la scelta di abbinare i due termini “restauro” e “virtuale”, è stata suggerita dal Gian Franco Fiaccadori, docente di filologia, quale sintesi di un concetto che univa tecnica e finalità: intervenire sulle immagini di documenti fisici particolarmente danneggiati in modo virtuale, senza cioè procedere ad alcun tipo di azione materiale. Sembrava un termine efficace» 2 . Se si richiama però il concetto di restauro così come viene inteso da molti teorici del restauro o della conservazione, il termine, o meglio, l’accostamento dei due termini in questione sembrerà «un ossimoro, come ha deciso di doverlo definire Carlo Federici nel 1999, al quale non sembra opportuno denominare “restauro” seppur virtuale, una tecnica che, operando sull’immagine del documento e non sull’originale, non ha le caratteristiche né gli scopi del restauro materiale» 3 . Se infatti «scopo del restauro è fornire l’oggetto restaurato di qualità, di funzionalità, di estetica e di tatto quanto più è possibile vicine all’originale» 4 allora certo il restauro virtuale non potrà essere considerato completamente valido, in quanto l’oggetto non viene manipolato fisicamente ma soltanto nella sua qualità di immagine, di forma artistica riprodotta in fotografia. E’ pur vero che nella maggioranza dei casi la funzione principale dei manufatti artistici sta nella loro capacità di raffigurare qualcosa, e quindi in questo senso l’intervento virtuale sull’immagine sarebbe utile a ristabilire il loro primitivo aspetto estetico laddove un intervento fisico non potesse, per un qualsiasi motivo sia pratico che etico, risolvere il problema, ma d’altro canto non si può dimenticare che anche nelle opere in cui è predominante l’aspetto rappresentativo, è sempre presente una anche minima parte d’intento utilitaristico, sia sul piano funzionale che del significato 5 , su cui il restauro virtuale non ha alcun tipo di presa poiché non avviene realmente. Si potrebbe dunque parlare di “conservazione” virtuale? Men che meno, poiché se per conservazione s’intende «l’insieme degli atti di prevenzione e salvaguardia rivolti ad assicurare una durata tendenzialmente illimitata alla configurazione materiale dell’oggetto» 6 (ossia tutte le attività che rendono i materiali il più possibile resistenti al deterioramento), a maggior ragione che nel caso del restauro, apparirà chiaro quanto i termini “conservazione” e “virtuale” siano più che inconciliabili, sia dal punto di vista linguistico che pratico, poiché non agendo materialmente su niente che riguardi l’opera esso non ne risolve nè previene in alcun modo il degrado. L’intervento virtuale costituisce quindi un ibrido, in quanto permette di stravolgere le normali concezioni che regolano le scelte inerenti al restauro: se infatti nel caso di operazioni fisiche condotte su un manufatto, può capitare che ci si fermi alla sola azione conservativa, di solito risulta controproducente limitarsi al solo restauro di un’opera senza occuparsi anche della conservazione dei materiali che la compongono. Il restauro virtuale, per quanto utile quest’unione possa essere, non la rende possibile. Si prenda come esempio il pensiero di Giuseppe Basile, per il quale «sono piuttosto rari i casi in cui si può mettere in opera soltanto un intervento di restauro o soltanto un intervento conservativo in sé conclusi. La ragione è nel fatto che l’immagine, cioè l’oggetto proprio del restauro, consiste nei materiali di cui il manufatto è costituito e pertanto ogni intervento su di essi, di carattere dunque conservativo, si ripercuote quasi sempre sull’immagine modificandola» 7 :il restauro virtuale smentisce questa convinzione, permettendo da un lato (quello fisico) di non alterare in alcun modo i materiali dell’opera, e dall’altro (quello virtuale) di ottenere visivamente il risultato figurativo che ci si era proposti di miglioramento della leggibilità dell’opera (trattamento delle lacune e reintegrazione pittorica) e, in alcuni casi, il ristabilimento della sua unità formale (si pensi ad esempio, al riassemblaggio di affreschi in frammenti). Intervenire con un restauro virtuale su un’opera significa infatti avvalersi di procedure e tecniche
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Il restauro virtuale

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Informazioni tesi

  Autore: Cristina Uva
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Accademia di Belle Arti
  Facoltà: Pittura e restauro
  Corso: Restauro pittorico
  Relatore: Silvia Gaggioli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 102

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