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Burke e il sublime nella prima metà del 'Settecento inglese

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18 considerata una costante pressoché di tutti gli autori: si doveva rendere conto a posteriori del consensus gentium e della tradizione. Pure Burke sostiene che vi siano dei principi universali “in base ai quali l'immaginazione è colpita” e li riduce ad un livello molto epidermico, vale a dire la comune conformazione sensoria di tutti gli uomini: “i poteri naturali dell'uomo a me noti, che sono in rapporto con gli oggetti esterni, sono i sensi, l'immaginazione e il giudizio. E prima di tutto i sensi. Noi crediamo e dobbiamo credere che, come la conformazione dei vari organi è del tutto, o quasi, medesima in tutti gli uomini, così il modo di percepire gli oggetti esterni è in tutti gli uomini lo stesso o lievemente diverso. Noi siamo convinti che ciò che appare luminoso a un occhio appare luminoso all'altro, che ciò che sembra dolce al palato è dolce per l'altro, che ciò che è oscuro e amaro per quest'uomo è ugualmente amaro e oscuro per quello; e così per il grande e il piccolo, il duro e il molle, il caldo e il freddo, il ruvido e il liscio e insomma per tutte le qualità naturali dei corpi” 18 . Qui appaiono abbastanza espliciti i presupposti materialistici e sensualistici dell'Enquiry: il gusto, liberato dagli empasses dell’internal sense 19 e di altre presunte facoltà immateriali, risulta del tutto affine ai sensi e al piacere che producono. Gli autori settecenteschi non mancano di instaurare analogie tra il gusto estetico e quello del palato; Addison paragona il gusto letterario al gusto per il tè poiché “si può essere certi che questo termine metaforico non si troverebbe in tutte le lingue se non vi fosse grandissima analogia fra quel gusto mentale che è argomento di questo foglio e quel gusto sensoriale che ci fa godere di ogni diverso sapore che tocca il palato” 20 . 18 E. Burke, Inchiesta sul bello e sul sublime, a cura di G. Sertoli, tr. it., G. Miglietta, Aesthetica, Palermo 1995, “Introduzione” (Sul gusto), pag. 51; questo piccolo saggio venne allegato, nel 1759, soltanto alla seconda edizione; Burke, visto il crescente numero di dissertazioni in materia, volle dare il proprio contributo ispirandosi ai motivi di fondo dell’analogo saggio di Hume, edito due mesi prima la prima pubblicazione dell’ Enquiry. 19 E’ chiaro che l’internal sense era stato demistificato pure dalla dottrina associazionistica orientata all’indagine delle dinamiche mentali. Priestley seguendo l’approccio di Hartley definirà negli anni ’60 i sensi interni “un congegno ovvero una combinazione di idee e sensazioni che non è possibile distinguere l’una dall’altra ma che erano precedentemente associate o con l’idea stessa che le ha suscitate o con qualche altra idea ovvero circostanza che le accompagnava (J. Priestley, A Course of Lectures on Oratory and Criticism, London 1777, cfr. S. H. Monk, Il Sublime, a cura di G. Sertoli, Marietti, Genova 1991, pag. 145). 20 J. Addison, Lo spettatore, n° 409, in M. M. Rossi, op. cit., pag. 249.

Anteprima della Tesi di Alessandro Orrù

Anteprima della tesi: Burke e il sublime nella prima metà del 'Settecento inglese, Pagina 17

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Alessandro Orrù Contatta »

Composta da 196 pagine.

 

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