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''la Repubblica'' di Eugenio Scalfari

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14 non vi avrebbe mai rinunciato per considerazioni politiche. Anche se noceva alla sua parte, anche se giovava agli avversari, una notizia interessante doveva essere pubblicata, doveva, come si dice in gergo essere “sparata”. In lui però era anche forte la natura politica, che lo spingeva a condurre battaglie, a sostenere una parte contro l’altra; a un certo momento aveva addirittura lasciato la direzione dell’“Espresso” per presentarsi candidato alle elezioni politiche, schierandosi fra i socialisti (quelli di Nenni e di De Martino, non quelli di Craxi). E neanche lui ha rinunciato, come tanti altri giornalisti di successo, a dare consigli, agli uomini politici militanti, ai segretari di partito, ai ministri; anche lui insomma ha ceduto alla tentazione di fare politica dietro le quinte, di tirare le fila sul teatrino della politica, suggerendo mosse, sollecitando certi provvedimenti, scongiurandone altri ”. Pansa stesso tra i suoi ricordi personali non omette quest’inclinazione così poco giornalistica del suo mentore. Scrisse: “Avrebbe voluto giocare certe partite sul campo e non da spettatore. Un giorno del giugno 1978, nel pieno della corsa al Quirinale seguita alle dimissioni di Leone, lo scoprii scontento dopo aver passato un mio pezzo. “Non ti va l’articolo?” gli chiesi. “Posso rifarlo, ho ancora un po’ di tempo”. Lui scosse la testa: “No, il pezzo va bene. Sono di umore cattivo per un’altra ragione: vorrei essere là, e invece sono qui”. Intendeva, per ‘là’, il Parlamento”. (“Romanzo di un ingenuo”). Ottone scrive nel 1996: “Il dilemma fra il giornalista e l’uomo politico, in Scalfari, non si è ancora sciolto; e sarebbe diventato tormentoso, magari insopportabile, se Scalfari non si fosse rifugiato, per conciliare la natura giornalistica con la natura politica, in un compromesso, rappresentato da una certa visione del giornalismo; se non avesse adottato anche lui, e fatta sua, la visione del giornalismo fino ad ieri prevalente in Italia, e diffusa ancor oggi. Neanche Scalfari ha creduto che l’informazione possa essere obiettiva: così ha superato, o creduto di superare, il dilemma fra giornalismo e politica. Scalfari non ha mai creduto e lo ha detto in tante occasioni, in quella obiettività dell’ informazione che è invece l’ideale giornalistico in tanti paesi diversi dal nostro; un ideale così sentito da avere indotto il “New York Times”, a scindere la redazioni in due parti, anzi a creare due redazioni distinte e separate, una per dare le notizie, quanto più possibile obiettive, l’altra per fare dei commenti, che non devono interferire con l’obiettività delle notizie”. Quest’ultimo giudizio di Piero Ottone chiarisce maggiormente il senso di quella dicotomia che si è detta esistente tra l’ideale di obiettività giornalistica e la parzialità della notizia pubblicata da un giornale; in più, colloca Eugenio Scalfari, in virtù del suo essere stato un giornalista combattente, perfettamente al centro dei due estremi. Il modello di giornalismo al quale Piero Ottone si ispira è quello anglossassone (“solo le notizie che vale la pena di dare”). Di fronte a questo ideale come dovremmo giudicare Eugenio Scalfari? Il suo essere stato perennemente in trincea ha significato
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''la Repubblica'' di Eugenio Scalfari

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Pugliese
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Francesco Malgeri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 405

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