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La pubblicità comparativa

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L’evoluzione della pubblicità comparativa tendente a dichiararla ammissibile, seppur subordinando la stessa ad alcuni limiti. In particolare il testo dell’articolo 4 citava: «La pubblicità comparata è ammissibile purché raffronti aspetti essenziali o verificabili, e non sia ingannevole o sleale». Due sono gli aspetti che meritano particolare attenzione. Da un lato la scomparsa di ogni qual tipo di definizione presente invece nei due testi precedenti del ’75 e del ’76. Dall’altro la comparsa invece di un’ulteriore condizione di liceità, vale a dire la circostanza che la pubblicità raffronti aspetti essenziali e verificabili. 20 I vari punti della proposta furono discussi durante la negoziazione della proposta non soltanto con il Consiglio, il Parlamento e il Comitato Economico e Sociale, ma anche con i rappresentanti del commercio, dell’industria, della pubblicità e dei consumatori, rilevandosi come emergesse un atteggiamento sostanzialmente positivo, ancorché improntato alla cautela, da parte di tutte le parti coinvolte. In particolar modo il Comitato Economico e Sociale, ritenendo utile la pubblicità comparata perché «mira a rafforzare il sistema di protezione del consumatore», proponeva un periodo di prova di cinque anni allo scadere del quale si sarebbe dovuta prendere una decisione definitiva circa l’opportunità di mantenere o escludere la pubblicità comparativa, in base ad una valutazione dei dati nel frattempo raccolti. 21 Passò solo un anno e il 19 luglio del 1979 fu pubblicata una nuova bozza della proposta di direttiva del Consiglio, il fine essendo il medesimo delle precedenti: il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di pubblicità ingannevole e sleale. Analizzando il testo della proposta il primo dato che colpisce è la formulazione dell’articolo 1, che abbandonando l’impostazione delle precedenti versioni, le quali richiamavano una formula generale che invitava all’adozione di misure necessarie per 20 Va aggiunto il fatto che in uno dei considerando che precedono il testo della direttiva vengono ribaditi gli stessi concetti, sottolineando come «la pubblicità può essere utile al consumatore e ai concorrenti, purché vengano comparati aspetti sostanziali e controllabili, e sempre che non sia ne ingannevole ne sleale». 21 Da sottolineare una delle poche voci fuori dal coro in Italia proveniente dall’UPA (Utenti Pubblicità Associati), la quale si era pronunciata contro l’ammissibilità della pubblicità comparativa sia perché foriera di dissidi tra gli imprenditori, sia perché non spetterebbe ad altri, se non al produttore dello stesso, il diritto di critica su di un prodotto. Di diverso avviso invece la Camera di Commercio Internazionale che già qualche anno prima aveva introdotto all’articolo 5 del suo Code de pratiques loyales en matière de publicité una disposizione che ammetteva la pubblicità comparativa. Lo stesso organo rimaneva comunque su di una posizione improntata, se non alla diffidenza, quanto meno alla cautela, affermando in un congresso tenutosi a Strasburgo nel 1978 che «constate également la division des opinions entre les congressistes et renvoie à la prochaine réunion auna prise de position sur la question de principe». 15
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La pubblicità comparativa

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Informazioni tesi

  Autore: Gianpiero Coccia
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Trento
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Nadia Zorzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 291

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Parole chiave

codice di autodisciplina pubblicitaria
d.lgs. 67/2000
d.p.r. 284/03
direttiva 97/55/ce
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