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Le cause ''sopravvenute'' di non punibilità

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6 2. Le cause sopravvenute di non punibilità La distinzione tra cause di non punibilità originarie e sopravvenute ha avuto fortuna ed è dunque utilizzata molto spesso in dottrina e ciò in virtù sia del fatto che i due gruppi di fattispecie così separati presentano oggettivamente notevoli differenze strutturali e funzionali, sia in virtù della facilità di applicazione del criterio distintivo, e cioè il rapporto cronologico fra il momento in cui viene integrata la fattispecie di non punibilità e il momento di consumazione del reato cui essa si riferisce o (per usare un’espressione più “neutra”) il momento in cui viene realizzato il fatto tipico. La “sopravvenienza” riguarda dunque il verificarsi dell’elemento da cui discende la non punibilità, in relazione all’ultimazione della condotta prevista dalla corrispondente norma incriminatrice. Per fare due esempi di ipotesi certamente riconducibili alle due categorie, causa di non punibilità originaria è quella prevista dall’art. 649, in quanto il rapporto di parentela fra autore del fatto e vittima già sussiste, evidentemente, al momento in cui è realizzata la condotta; causa sopravvenuta è invece sicuramente la ritrattazione della falsa testimonianza (art. 376) in quanto è palese che essa abbia luogo dopo che già è stata resa la falsa testimonianza stessa. Approfondendo un po’ il discorso, è stato rilevato 5 che l’elemento sopravvenuto che determina la non punibilità può essere rappresentato: a) da una condotta dello stesso soggetto autore del fatto (es. artt. 308, 309…) ; b) da una manifestazione di volontà del soggetto passivo (nel nostro codice l’unica ipotesi è quella dell’art. 596 n. 3); c) dall’esercizio di un potere discrezionale del giudice (anche qui il codice prevede una sola ipotesi, all’art. 599 c. 1°). Tuttavia, quando in dottrina si fa uso dell’espressione cause sopravvenute di non punibilità si fa riferimento, generalmente, solo alle fattispecie sub a) e non agli altri due tipi. Il motivo di ciò sta non tanto nel fatto che tali ipotesi siano più numerose e più omogenee, quanto nel dato, assai più pregnante, che nelle ipotesi sub b) e c) la “sopravvenienza” è solo apparente. Infatti, nelle due norme in questione ciò che “viene dopo” la commissione del fatto è soltanto un accadimento di natura processuale (la richiesta del querelante nell’art. 596 n. 3, la decisione del giudice nell’art. 599) che permette di “liberare” l’efficacia esimente di un elemento che era già esistente al momento del fatto, e cioè la verità del fatto attribuito nell’art. 596 n. 3 e la reciprocità delle ingiurie nell’art. 599. Se dunque la sopravvenienza va valutata con riferimento all’elemento che determina la non punibilità, appare senz’altro più corretto 5 Cfr. in particolare ZICCONE, Le cause “sopravvenute” di non punibilità, Milano, 1975, p. 9.
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Le cause ''sopravvenute'' di non punibilità

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Informazioni tesi

  Autore: Marco De Crescenzo
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Cagliari
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Giovanni Cocco
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 158

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Parole chiave

art. 376 c.p.
cause
desistenza volontaria
non punibilità
punibilità
ritrattazione
sopravvenute

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