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Come si racconta una guerra. Analisi semiotica dei discorsi di George W. Bush durante la guerra in Iraq.

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3 In realtà, si potrebbe obiettare che, sin qui, non c’è nulla di nuovo, che il binomio guerra/propaganda è da sempre (o almeno da quando esiste una società di massa) inscindibile, che – per dirla con Mattelart – «la comunicazione è qualcosa che serve innanzitutto a fare la guerra». E, del resto, basterebbe sfogliare un qualunque manuale di strategia aggiornato secondo i principi della cosiddetta RMA – la Rivoluzione negli Affari Militari, la nuova scuola di pensiero dei generali statunitensi che ha drasticamente rinnovato la dottrina degli eserciti occidentali – per rendersi conto di come l’informazione sia ormai considerata da militari e politici una vera e propria “arma strategica” nella gestione dei conflitti 2 . La guerra che Bush dichiara a Saddam presenta tuttavia caratteristiche che per molti versi hanno reso cruciale la forma della presentazione del conflitto, da parte delle autorità governative, ai media, all’opinione pubblica e, in generale, alla comunità internazionale. Il mancato appoggio delle Nazioni Unite, la strenua opposizione di alcune potenze europee come Francia e Germania, la straordinaria mobilitazione di un movimento pacifista che ha saputo convogliare un diffuso sentimento di ostilità nei confronti delle “ragioni” americane della guerra preventiva 3 , sono solo alcuni tra i fattori più importanti che avevano determinato un clima, non solo politico ma anche, per così dire, “culturale”, di perplessità e scetticismo, quanto non di aperta contrarietà, verso le motivazioni addotte dalla presidenza americana a sostegno di questa guerra. Un clima ben diverso da quello che aveva accompagnato l’intervento armato in Afghanistan, quando l’opinione pubblica di tutto l’Occidente si era stretta attorno al dolore del popolo americano piegato dagli eventi dell’undici settembre, nei giorni del “siamo tutti americani”. Senza dilungarci in riflessioni politiche, che esulano dagli obiettivi di questo lavoro, risulta tuttavia evidente che, in una simile situazione, la conduzione di una guerra così impopolare costituiva un serio ostacolo al 2 Di Nunzio, un analista militare interessato ai problemi dell’information warfare, osserva come la potenza di un esercito non sia più determinata solamente dalla capacità di mobilitazione, dalle risorse economiche, tecnologiche e industriali o dalla capacità e precisione di fuoco, ma anche «dalla capacità di controllare la percezione dell’informazione e la rappresentazione degli eventi». «Per dare senso all’azione – continua Di Nunzio – diventa indispensabile, all’interno e all’esterno di un conflitto, rappresentarla, ri- costruirla con una copertura mediale globale che influenzi tutti i possibili attori o recettori» (Di Nunzio, 1999: 2). 3 Come testimoniato dalle numerosissime manifestazioni contro la guerra, che hanno registrato una partecipazione e una diffusione per certi versi senza precedenti, e dalla straordinaria mobilitazione di un movimento di pacifisti che ha anche trovato tanti portavoce illustri.
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Informazioni tesi

  Autore: Francesco Mazzucchelli
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: Patrizia Violi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 228

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